EPICURO

Epicuro, fondatore di una delle più importanti scuole filosofiche dell’età ellenistica, nasce a Samo nel 340 a.C. da genitori ateniesi. Dopo aver viaggiato a lungo, dando vita ai gruppi locali di seguaci a Lampsaco e Mitilene, si trasferisce ad Atene intorno al 306 a.C. Li fonda una vera a propria scuola filosofica ed attrae numerosi discepoli nel giardino, una proprietà appena fuori città dove sono soliti incontrarsi gli epicurei. Muore nel 271 a.C. Lascia i suoi brani a due amici ateniesi, alla condizione che continuino ad occuparsi della scuola sotto la direzione di Ermarco di Mitilene  poiché costui, non essendo cittadino ateniese, non ha la possibilità di diventare il legittimo proprietario. Comunità epicuree continuano a prosperare in tutto il Mediterraneo anche secoli dopo la morte del fondatore della scuola: epicurei, infatti, sono considerati personaggi di spicco della società romana come Attico, l’amico di Cicerone, e il tirannicida Cassio.

La scuola di Epicuro è anche detta Scuola del Giardino. Egli, in buona parte più polemico con Platone che con Aristotele, rifiuta la città, la dimensione politiche che la caratterizza. In questa la felicità non è facilmente realizzabile. Sovrastata dalla corruzione sempre più opprimente tale da non far sbocciare alcuna libertà la città diviene luogo di tensione politica ed inimicizia. La Scuola del Giardino è in aperta natura e fondata sul principio basilare: l’amicizia!

L’amicizia diviene la regola principale della scuola, quindi il rispetto reciproco è la base per un legame. L’amicizia è la virtù suprema, imprescindibile, che deve animare gli studenti. La scuola era aperta alle donne, non vi era alcuna esclusività maschile nel Liceo ed Accademia. Nella scuola si vive insieme, autoproducendosi e collaborando. La Scuola del Giardino è una sorta di comunità, un’eredità che Epicuro lascia ai suoi successori. La scuola per il filosofo greco non è un’ambiente chiuso, come in Pitagora, retta sugli altri uomini, sugli allievi in quanto dotto illuminato ma dagli dei. Epicuro oltre alle grandi capacità s’insegnamento ha ottimo carisma ed un destino molto fortunato nella Grecia: la scuola si diffonde, si radica, di passo in posso ottiene sempre più amore. Nella città di Roma i suoi scritti saranno divulgati da Lucrezio, ma cadranno in disgrazia quando l’egemonia culturale del cristianesimo lo boicotta, censura. I suoi scritti non verranno riprodotti ma distrutti.

Per Epicuro l’ateismo e l’edonismo saranno le due teorie che lo renderanno nemico pubblico della dottrina del cristianesimo, ma nonostante queste censure le tre lettere più importanti del filosofo greco giungono ugualmente: a) Lettera ad Erodoto b) Lettera a Pitocle c) Lettera a Miceneo, il celeberrimo scritto Sulla Felicità dove sono presenti i testi più conosciuti, diffusi e di attualità.

“La conoscenza è vera quando è sensibile”. Essa si fonda sul buon esercizio dei sensi, sulla loro buona complicità, rielaborazione che compie l’intelletto per disegnare il mondo esterno. Gli errori consistono nel non fermarsi nell’evidenza. Il dubbio va ben oltre le anticipazioni, considera la capacità di errore. La conoscenza evidente, sensibile è sempre vera; la conoscenza anticipatrice (rielaborazione intellettuale) ha un margine di errore quindi può rivelarsi fallace.

Nella lettera a Pitocle Epicuro porta in auge la teoria di Democrito che nella grande battaglia con Platone è stato sconfitto: le sue opere sono state censurate, gli aforismi sgominati dalla scuola filosofica e altrettanto dalla scuola di Aristotele. Epicuro ha il merito di sollevare il meccanicismo, l’atomismo dialetticamente mai calcolato. La sua fisica ricalca quella di Democrito: ogni cosa è composta da atomi, corpi materiali etra questi l’anima. Un corpo muore alla disgregazione degli atomi che si aggregheranno in un altro composto. Entrambi credono nella mortalità dell’anima e non nella sua immortalità esaltata da grandi filosofi come Platone, Aristotele e Pitagora. Gli atomi si combinano per caso, quindi è la casualità a governare l’universo senza nessun disegno divino o razionale. L’imponderabile governa il loro aggregarsi o disgregarsi dove l’imprevedibilità all’interno dell’universo è viva. Quindi non tutto avviene secondo ragione o secondo un fine, buona parte si manifesta attraverso la casualità. Questa teoria fisica prevede anche la negazione di fatto dell’interazione degli Dei con il mondo degli uomini. Essi vivono tra i mondi, in posti ubicati negli spazi vuoti. Non influiscono sulle comunità e non sono assolutamente avvertiti come un terrore o il nulla. Semplicemente vivono la loro vita.

Il cuore pulsante dell’ epicureismo è la TEORIA DELLA FELICITÀ, contenuta nella lettera a Meneceo, dalla quale possiamo dedurre, inoltre, LA TEORIA DEL TETRAFARMACO i quattro farmaci composti da cera, sego, pece e resina, per combattere e superare le malattie del corpo. Questi farmaci rendono l’uomo felice e o allevia dal dolore. L’EDONISMO (ricerca del piacere). L’uomo è felice quando non prova dolore. La felicità non è una lista da riempire con azioni che rendono sereno l’individuo. Essa consiste nell’eliminare tutto ciò che causa dolore.

Sono quattro i mali dai quali l’uomo di deve liberare:

  • Il timore degli DEI: l’uomo non vive il giusto equilibrio e piacere poiché soffre il timore di Dio, valore assoluto del Cristianesimo che baserà buona parte della sua dottrina sull’obbedienza verso egli e nei confronti dei sacerdoti che ne esercitano la parola sulla terra. Gli Dei esistono come il male: l’interazione tra i due rende evidente la non interferenza dei primi con l’uomo, quindi è slegata ogni connessione. Per Epicuro non dobbiamo vivere timorati da Dio, essere succubi al giogo degli Dei. La vita degli uomini è nelle proprie mani, nella casualità. Bisogna fare, agire, pensare, non sparare ma credere.
  • Il secondo male di cui bisogna liberarsi è il timore della morte. Non conoscendola non possiamo temerla e giudicarla negativamente. Tra essa e la vita c’è incomunicabilità, una sorta di rapporto insostenibile. Già Socrate narrava: “ Soltanto lo stolto può temere quello che non conosce”. Epicuro rafforza questo concetto dicendo: “Soltanto lo stolto può dire di temere ciò che non conosce con la sensibilità” ma esso non può fare esperienza sensibile della morte. Quando questa arriva non ci siamo più noi. I nostri sensi non presuppongono la morte, possono solamente immaginarla.
  • Il terzo male deriva dal dolore fisico, quello passeggero perché male delle ore, del tempo, danneggiarsi la vita rispetto ad un dolore che tanto verrà meno e finirà? Per Epicuro la prospettiva deve essere l’apatia, l’indifferenza verso il dolore fisico. Se un dolore sarà mortale è inutile dannarsi, perché ne verremmo liberati al termine della nostra vita. La morte per Epicuro è l’anticamera della fine del dolore, libera dal male. Bisogna, altresì, rapportarsi con indifferenza verso la malattia. L’accettazione di una menomazione fisica da all’individuo maggior slancio e possibilità di felicità diversamente dall’idea di non accettarla e rimanerne succube.
  • Il quarto male da cui liberarsi è la non soddisfazione dei piaceri e i desideri. Epicuro divide i piaceri in NATURALI e NECESSARI; NATURALI E NON NECESSARI; NON NATURALI E NECESSARI; NON NATURALI E NECESSARI. I primi vanno perseguiti. La felicità è data dall’appagamento del desiderio. Il dolore è dato dal non raggiungimento del desiderio stesso. I desideri naturali vanno sempre perseguiti perché sono quelli indispensabili come mangiare, bere, dormire. Bisogna valorizzare il piacere. L’esaltazione dei piaceri naturali e fisici vanno distribuiti in modo parsimonioso. Il mangiare, per esempio, non deve raggiungere picchi elevatissimi altrimenti si rischia l’assuefazione. Il mangiare è un desiderio naturale. Quindi l’edonismo per il filosofo greco si muove sulla moderazione. Gli epicurei esaltano l’autoerotismo come elemento di autosoddisfacimento, autonomia e di libertà. La dottrina cattolico e cristiana prima e e illuminismo dopo condannarono la ricerca autonoma del piacere. I piaceri artificiali, al contrario, portano dolore. Per Epicuro la ricerca della fama, del successo, del consumo ed ogni forma di potere sono deleteri per l’equilibrio della persona.

Questi desideri non vanno ricercati perché non hanno stabilità. Quando percepisci la fine della ricchezza e dell’amicizia subentra il malessere, l’infelicità. Quindi bisogna prefissassi piaceri stabili, duraturi nel tempo. Cooperazione, stabilità, convivenza ed eliminazione del dolore riducono la frenesia del disagio eliminando la tensione che intacca la nostra possibilità del piacere.

La comunità filosofica del giardino viveva in maniera morigerata, con un forte senso di appartenenza e di amicizia. Possiamo chiaramente ritenerla antitetica alla società del consumo, del capitalismo ed ogni dottrina che nella storia abbia cercato il successo ostentato e con tutti mezzi propri e non….

Verga e la genesi del Verismo

Giovanni Verga nacque a Catania nel 1840, da una ricca famiglia di possidenti terrieri. Giovanissimo, dopo aver intrapreso e non concluso gli studi di diritto, si dedicò alla letteratura e scrisse e pubblicò romanzi di argomento storico e patriottico. Nel 1865 sin trasferì a Firenze, allora capitale del Regno d’Italia, dove continuò a scrivere romanzi. In questi anni conobbe Luigi Capuano. Nel 1872 si trasferì a Milano, qui frequentò i salotti mondani e, soprattutto, venne a contatto con l’ambiente della Scapigliatura. A Milano, tra il 1870 e il 1880, maturò la sua conversione al verismo e conobbe la sua migliore stagione letteraria. Nel 1893 fece ritorno in Sicilia, a Catania, e ben presto vi si stabilì definitivamente. Lavorò saltuariamente alla stesura di un romanzo, ma, in pratica, non fece più nulla. Morì appartato, come un “galantuomo” ormai al di fuori della storia, nel 1922.

L’attività letteraria di Giovanni Verga è all’inizio caratterizzata da una produzione romanzesca di carattere tipicamente romantico, incentrata su temi e motivi sentimentali. Così, nei suoi primi romanzi, Verga racconta le gesta e le avventure di personaggi d’eccezione che si muovono in ambienti raffinati ed eleganti e sono vittime di passioni fatali e distruttive: artisti infelici, donne depravate e nobili corrotti, quali appunto i protagonisti di romanzi come Una peccatrice (1866), Storia di una capinera (1871), Eva (1873), e Tigre reale (1873). Ma nel 1874 la novella “rusticana” Nedda segna la conversione di Verga ai modi e ai temi del verismo apre una nuova e originale fase della sua attività di scrittore. Infatti con Nedda, storia di una giovane siciliana che lavora duramente per vivere e vede morire di stenti e di fatiche la vecchia madre, Verga, abbandonati i personaggi aristocratici e borghesi e le loro artificiose passioni, scopre il mondo degli umili, dei diseredati e degli oppressi prende a descrivere le misere vicende di questa povera umanità in modo oggettivo, lasciando cioè parlare le cose e i fatti stessi, senza interventi e commenti personali e adottando immagini, vocaboli, frasi e strutture sintattiche adeguati alla realtà di quei nuovi personaggi. Questo mondo “vero” di passioni elementari ma “vere” e di uomini strettamente legati alla dura realtà della vita quotidiana, è poi oggetto, negli anni successivi, di tutte le più importanti opere di Verga: dalle raccolte di novelle Vita dei campi (1880)e Novelle rusticane (1883) ai romanzi I Malavoglia (1881) e Mastro don Gesualdo (1889), due romanzi che avrebbero dovuto far parte di un più ampio ciclo, intitolato I vinti, che però non fu mai condotto a termine.

LA GENERSI DEL VERISMO VERGHIANO

La conversione di Verga dai modi romantici al Verismo fu senza dubbio il fenomeno letterario più notevole del nostro secondo Ottocento. Nessuno degli scrittori a lui contemporanei ebbe un così austero e severo concetto dell’arte. L’arte fu per lui un fatto della coscienza, prima ancora che del sentimento e della fantasia. Con la società in cui viveva, e che aveva preso a dipingere nei suoi primi romanzi, egli non era mai stato in relazioni pacifiche; ma a un certo punto si accorse che la sua polemica, per quanto sincera e generosa, non aveva presa nella vita reale, ebbe acuto e pungente il senso che quel mondo di lusso o di scapigliatura era un aspetto effimero e falsato dalla vita, e che la vita vera bisognava cercarla altrove.

Fu questo il disagio morale che lo condusse alla conversione, la quale non si sarebbe forse attuata e sarebbe rimasta nel suo stato vago e generico di crisi irresoluta, di oscura esigenza morale, se tre elementi non fossero concorsi a determinarla e cioè a risolverla nella sua forma concreta; un elemento filosofico; la teoria dell’evoluzione; un elemento politico sociale: le inchieste e i dibattiti sulla questione meridionale; un elemento letterario: la teoria e gli esempi del Naturalismo francese. Dall’evoluzionismo derivò il senso della vita come lotta per l’esistenza e perciò la visione degli attriti delle classi sociali. La questione meridionale lo guidò alla scoperta della sua terra, della Sicilia; non di una Sicilia mitica e leggendaria, ma di quella terra in cui viveva quella popolazione di derelitti dei quali egli aveva fin allora guardato, senza sentirle pungenti nel suo cuore, le chiuse sofferenze.

Il Naturalismo gli insegnò che l’arte deve ritrarre la verità della vita umana e che perciò essa deve rivolgersi di preferenza agli strati più umili della società, perché là si manifestano nella loro primordiale essenza le leggi fondamentali della vita. Gli insegnò anche che l’arte non deve essere pretesto di facile esibizionismo per l’autore, ma che deve risolversi in un obiettivo e “impersonale” rendiconto. Erano tre gli elementi cospiranti, e tutti insieme cooperavano alla sua nuova visione del mondo; giacché dall’evoluzionismo egli non trasse l’elemento ottimistico e cioè la glorificazione del progresso umano, ma solo il senso drammatico della lotta; mentre la sua pietas di scrittore non si volgeva all’idoleggiamento e alla celebrazione dei trionfatori, ma si piegava alle miserie dei vinti, che levano le braccia disperate e piegano il capo sotto il piede brutale dei vincitori, dei poveri diavoli che la corrente del progresso umano depone sulla riva dopo averli travolti e annegati.

Nacque così il “verismo”, e fin dalla sua prima, timida, ma sicura manifestazione, il bozzetto Nedda, si impostò saldamente, non quel che comunemente si dice il suo nuovo contenuto, ma la sua nuova visione, il suo nuovo giudizio sul mondo e sulla vita. Fu un ripudio aperto e radicale della vita elegante e salottiera, che ora gli appariva nella sua vuota e sterile inerzia; fu una condanna morale da cui quel mondo fittizio non potè mai più riversarsi nell’animo del Verga. In che cosa consistette la rivoluzione letteraria da lui promessa? Consistette, come altri hanno già detto, nell’insurrezione degli umili, nel diritto di cittadinanza accordato nell’arte dei poveri diavoli, ai cosiddetti “bruti”, di cui si svelavano ora le pene, l’aspro sapere umano. Ma c’è di più. Quei “bruti” non inveivano: si accontentavano solo di vivere. Godevano le loro gioie effimere e fugaci, pativano le loro durevoli sofferenze. Ma la loro presenza, da sola, era una denuncia; la loro vita, nuda, era un’accusa.

Bill- Nuovo singolo dei RadioAttiva

Ne ho parlato poco alla volta, essendo Bill una canzone che ha avuto una storia complessa non per la coerenza sul messaggio da lanciare e voglia di percorrere un nuovo cammino, piuttosto per le vicissitudini che si sono verificate in questi ultimi mesi nella mia band. Inizialmente nacque per il mio progetto solista. È stata la prima canzone che scrissi ufficialmente fuori dai RadioAttiva. Il mio obiettivo era di creare un contesto Indie, ovviamente con nuovi musicisti. Poche settimane fa ho riflettuto sul motivo di quella scelta fatta in un periodo ben preciso. Visto che la mia mente non si ferma abitualmente ho nuovamente analizzato ed arrivato ad un punto chiave e imprescindibile: “Quando hai una tua band e cerchi un progetto solista, significa che non stai vivendo bene il tuo mondo”.

Si parte da qui…Un pò come l’amore, metafora perfetta con la musica. La band è la tua casa, qui hai la tua partner ma rischi di entrare in quel clima di routine dove cominciare a confrontarsi in modo forte ti mette un pò paura, quindi fuggi cercando un’amante con la quale tu possa apparentemente riequilibrare il tuo livello di frustrazione che abita nel tuo corpo. Nelle nuove storie trovi complicità, riscopri piacevoli vizi che hai perduto negli anni ma se non chiarisci il tuo momento rischi di far abbattere la tua pianta curata con dedizione. Se riuscirai camminerai ma dovrai far esercizi tosti per rafforzare il tuo neonato bipolarismo. Di base, se non c’è stata una lacerazione irrecuperabile, l’insoddisfazione regnerà sovranamente e spenderai tutte le tue risorse verso la nuova persona lontana sia fisicamente che intellettualmente dal tuo partner. Sei alla ricerca di divertimenti, nuovi, compulsivi, ricercandoli nelle persone, guarda caso, più piccole o più grandi di te. Al di là della già citata lacerazione irrecuperabile crollano valori e sincerità: il passaggio da uno stato di Stand By in una sorta di corto circuito o cane che si morde la coda è breve… Sei circondato dalla tua ombra.

Nella musica può verificarsi uno stato vizioso perché la tua band è come la tua famiglia, la casa dove trascorri il tuo tempo. In una band crei idee, suoni musica, cerchi divertimento per uscire dalla pesantezza quotidiana, soprattutto comunichi. In una band la dialettica è il motore per fa riscaldare gli amplificatori quanto le corde vocali, soprattutto se la tua scelta è stata quella di suonare musica inedita, giocare questa difficilissima partita, poiché oggi viviamo nell’intrattenimento globale: l’arte, la scuola, l’insegnamento vengono sempre più svalutati. Da diversi anni ci piace l’ovvio, il reiterarsi di comportamenti e personaggi poiché abbiamo paura della sfida, divenuta per noi un qualcosa di impalpabile, impensabile. Nel mondo musicale tutto questo avviene spesso anche nei piccoli club dove dovrebbero misurarsi band con il loro repertorio di brani inediti. Fino alla fine degli anni ’90 e l’inizio di questo nuovo secolo la Tribute Band sono state un’eccezione. Quando suonavano ragazzi che riproponevano brani dei Pink Floyd, U2, Metallica, Muse partivi invasato di curiosità e molto spesso ti godevi uno spettacolo. Negli anni l’ECCEZIONE in un locale è diventato trovare una band che porti brani propri. Dagli anni ’00 ci siamo dovuti reinventare, la tecnologia c’ha aiutati ma tutto questo non basta soprattutto per chi ci vuole metterci la faccia, guardare il pubblico, sentire gli odori di un palco, far crescere l’adrenalina durante la giornata. L’intrattenimento ha schiacciato il mondo con le sue banali formule che hanno attecchito la corteccia cerebrale dell’uomo.

Bisogna lottare quotidianamente, evitare soprattutto noi musicisti indipendenti di isolarci, guardarci con spocchia. Al contrario la nostra missione deve essere organizzare eventi, condividere spazi, tempo, musica, sudore e divertimento. Portare cultura! Informare e non intrattenere. Alla base di tutto ciò ci deve essere il dialogo, il confronto ed anche lo scontro verbale nel rispetto reciproco. Altrimenti cadiamo nella trappola della frustrazione, una brutta bestia capace di aggredirti quando meno te lo aspetti!

Tornando a Bill, è successo un pò di ciò che vi ho descritto. Nella band cominciava a mancare comunicazione, dialettica e questo mi faceva star male. A differenza di una band sfasciatasi poco alla volta per incomprensioni caratteriali, mancanza di rispetto, qui si stavano scaricando le batterie ma non ce ne rendevamo conto, oppure nel nostro sub inconscio pensavamo fosse un momento di pausa creativa. D’altronde sono tempi durissimi per chi fa arte: la pandemia ha creato molti effetti collaterali e il comparto musicale ne ha risentito moltissimo. Organizzare concerti di per sé non è semplice quanto meno economico: possono accadere decine e decine di imprevisti. Il covid ha paralizzato le persone ed all’economia ha dato il calcio finale. Di conseguenza ne hanno risentito sia le band sotto contratto con un’etichetta sia chi si autoproduce. Il lockdown, le sale prove, gli studi di registrazione chiusi, i live bloccati. Il malessere si è generato. Molte band di amici si sono sciolte o rallentato pesantemente il lavoro. Nel nostro caso abbiamo preso consapevolezza che avremmo dovuto fare un restyling anche dopo aver avuto un’esperienza non particolarmente brillante con un’agenzia importante. Per il sottoscritto la passione è dura da distruggere, oserei dire impossibile. Ho la pelle dura! In uno dei momento più spleen della mia vita dovuto ad eventi esterni mi sono ritrovato solo con Marco Isvard, il bassista dei RadioAttiva. Abbiamo proseguito noi due in sala con due chitarre elettriche sgangherate… Si è unito Gianluca, una ragazzo di appena 20 anni con un talento mostruoso.. Ero ancora nel mood solista…Poche settimane dopo si è aggiunto Riccardo un ragazzo che ha due passioni: le moto in perfetto stile Easy Rider e la musica Rock!! Detto questo amici ne vedremo di belle, questo i RadioAttiva ve lo possono garantire!!!!

ERCOLE (Seconda parte)

Nella Grecia antica di solito non c’era la pena capitale per l’omicidio, si andava dall’oracolo di Delfi o da un’autorità giudiziaria riconosciuta da tutti e si riceveva una specie di pena di espiazione, esempio al posto di 20 anni di prigione al colpevole veniva data una lista di servizi da compiere al servizio della comunità, ed è quello che capitò ad Ercole. 

Solo portando a compimento le dodici fatiche Ercole potrà espiare la colpa e ricevere in cambio l’immortalità. Rassegnato per il suo destino parte per Tirinto per mettersi a servizio di un re vile e confrontarsi con la sorte. 

Arrivato a Tirinto per compiere il suo destino ha circa 25 anni. Spera di fare ammenda per l’omicidio della famiglia portando a termine dodici fatiche che il re Euristeo gli imporrà, ma servire il suo nuovo padrone sarà una vera impresa al pari delle fatiche. Per ironia della sorte tutte e due gli stessi uomini sono nati nello stesso giorno e il è geloso della fama e della gloria del possente Ercole. 

Dr Ann Steiner — ASSOCIATE PROFESSOR OF CLASSIC- Franklin and Marshall College

A livello metaforico fanno parte della stessa discendenza. È Euristeo ed essere nato per primo in quel giorno carico di presagi in cui nacque Ercole. Ed ecco che torna quel classico presagio popolare secondo cui il fratello maggiore più stupido dice quello che deve fare al fratello minore, il quale è costretto ad obbedire anche se non vuole. Con premeditata malizia il vile re escogita fatiche che umilieranno e alla fine distruggeranno il grande eroe”. 

La prima delle dodici fatiche di Ercole consiste nell’uccisione del leone Nemeo. La pelle del leone è impenetrabile alle armi umane così Ercole si crea una grossa clava di legno di ulivo e tenta di colpire l’animale: quando fallisce comincia a combattere il leone a mani nude e finisce per strangolarlo, poi servendosi uno degli affilatissimi artigli della belva la scuoia. Da quel momento in poi Ercole indosserà sempre la pelle del leone quasi fosse un’armatura. Stupefatto per l’impresa di Ercole, Euristeo non perde tempo la prossima fatica, ovvero affrontare un mostro terribile, l’idra di Lerna, uno spaventoso mostro con otto teste che uccide i viandanti ed avvelena la terra con il suo devastante veleno. Le armi non servono a nulla, ogni volta che Ercole taglia una testa ne crescono due al suo posto. In una lotta sfiancante riesce a bruciare i colli mozzati dell’idra con un tizzo ardente prima che ricrescano le teste, poi spezza in due la carcassa del mostro, intingendo nel sangue velenoso della belva le sue frecce. Ercole porta a termine una fatica dietro l’altra: Euristeo è sempre più frustrato. Invece che distruggere l’eroe e la sua fama ad ogni prova che impone ne aumenta la gloria.

Dr Stephen L. Glass – PROFESSOR OF CLASSIC- Pitzer College: “Euristeo nella maggior parte delle storie viene rappresentato come un personaggio che vive nel terrore per le belve e affronta e sconfigge Ercole su suo mandato. Uno dei motivi preferiti dell’arte antica quando si parla del re Euristeo era quello di raffigurarlo nascosto in una giara…”

I capricci di un re meschino non fanno altro che ridurre la pazienza di Ercole. La rabbia dell’eroe cresce sempre di più mentre compie le dodici fatiche. Consapevole che alla base dei suoi problemi c’è il suo carattere Ercole riesce a frenare l’istinto e rimane in silenzio. Spinto ad andare avanti dal rimorso Ercole continua a portare avanti le dodici prove che Euristeo dispone per lui, non solo, riesce a trovare il tempo per altre gesta eroiche come con Giasone e gli argonauti alla ricerca del vello d’oro. Per quanto sia famoso per la sua forza fisica a volte mette in luce altri lati del suo carattere. In una delle fatiche più acclamate l’eroe ripulisce le gigantesche stalle del re Augia ripulendo il corso di un fiume. Euristeo continua la sua vendetta su Ercole sottoponendolo a prove sempre più difficili in tutta la Grecia. Nelle ultime sei fatiche Ercole si aggira ai confini della terra per catturare il TORO SACRO, per addomesticare le CAVALLE MANGIATRICI DI UOMINI di un re malvagio, per sconfiggere le AMAZZONI e conquistare il cinto delle regina IPPOLITA , per catturare Cerbero, un cane con tre teste e in un’avventura Ercole arriva persino a sostituire Atlante e a sostenere il cielo.

“Le fatiche definiscono il confine del mondo degli esseri mortali e sembrano definire anche i limiti dell’umanità più metafisico nel senso che molte avventure di Ercole sono collegate alla morte e alla sconfitta della morte. Questa idea è evidente nell’ultima delle dodici fatiche”.

Per la dodicesima ed ultima fatica di Ercole, Euristeo sceglie una missione che ritiene impossibile portare a termine ossia scendere negli inferi, nell’ADE il regno dei morti e recuperare Cerbero, il famoso mastino a tre teste guardiano dell’inferno. Sebbene sia terribilmente stanco per gli anni di servitù, Ercole è impavido. Guidato da ATENA nell’oscurità del mondo sotterraneo riesce ad ottenere in prestito Cerbero ma ad una condizione: dovrà addomesticarlo senza usare armi. A mani nude lo costringe all’obbedienza e la trascina su nella terra dei vivi. Quando vede la creatura infernale Euristeo non crede ai suoi occhi: Ercole ha fatto l’impossibile! Terrorizzato il re si rifugia nella sua Giara liberando Ercole dalla servitù. Espiata la colpa le sue gesta eroiche hanno contribuito a sottomettere vaste regioni del mondo.

Ercole è il grande eroe della civiltà greca, colui che apre il mondo alla diffusione di questa straordinaria cultura. 

“Ercole figlio di Zeus ha superato la gloria dei suoi natali con le fatiche della sua nobile vita annientando belve che avevano terrorizzato gli umani ci donò quella tranquillità che oggi apprezziamo” 

Euripide, LA PAZZIA DI ERCOLE

ERCOLE (prima parte)

Molti ritengono che il nome Eracle risalga all’età del bronzo, cioè al 1200 a.c e quindi anche le storie risalgano a quel periodo. La storia di Ercole è la saga epica del figlio di Zeus, re degli dei.  Condannato dal fato a servire un padrone codardo fu costretto a compire 12 spaventose fatiche che avrebbero fatto di lui il più famoso eroe di tutti i tempi.

Ercole compirà centinaia di nobili azioni: dalla creazione della Via Lattea, all’istituzione dei giochi olimpici ed avrà un posto tra gli immortali

Dr. Pamela Lawson (Adelphi University- Long Island, NY) “Deve essere esistito qualcuno che si chiamava Ercole vissuto all’epoca in cui gli antichi greci collocavano gli eroi. Magari è esistito un principe che si chiamava Ercole e compiva delle gesta molto importanti. Col tempo queste imprese devono aver raggiunto una dimensione mitica”.

Come tutte le divinità greche ha molte debolezze umane, tra queste lussuria, orgoglio e gelosia. Ercole viene concepito quando Zeus scende dalla sua dimora, sul monte Olimpo, per camminare tra i mortali. Sceglie una bellissima donna di stirpe nobile, Alcmena vive a Tebe nella Grecia centrale. Il dio si presenta alla donna travestito da suo marito. I genitori umani del fanciullo non si rendono conto che il padre è Zeus e lo chiamano Ercole che in greco significa GLORIA DI ERA, un’ironia della sorte poiché Era è la regina degli Dei e moglie di Zeus stesso. Infuriata per le moltissime relazioni extra coniugali del marito sulla terra, Era è follemente gelosa di tutti i figli mortali, soprattutto di Ercole chiamato così in suo onore. Lo tormenterà di gelosia per tutta la vita. La madre mortale del fanciullo viene a sapere la vera identità: temendo la furia di Era lo abbandona sul fianco scosceso di una collina esposto agli elementi con la speranza che muoia, ma Zeus interviene inviando una delle figlie, Atena, per salvare il neonato e fratellastro. Inganna Era facendole fare una passeggiata vicino al palazzo dove giace abbandonato il piccolo.

Quando lo scopre lo allatta come fosse il figlio.

“Ercole si distingue in tutto: non succhia il latte come tutti i poppanti, le addenta il capezzolo. La dea se lo strappa dal petto e lo getta in mezzo la strada, ma il latte zampilla dal capezzolo scontrandosi con il cielo ed è così che sarebbe nata la VIA LATTEA”.

Bevendo una minuta quantità di latte riesce a rimanere in vita. Atena lo riconsegna alla madre terrena. Era viene a sapere dell’inganno e tenta di uccidere Ercole nella furia. In preda alla furia spinse nella culla due serpenti pronti a serrarsi intorno al neonato, ma questi sollevò il capo sperimentando per la prima volta il piacere della battaglia. Con grande abilità afferrò i due serpenti togliendo loro il respiro con la sua presa ferrea. La dea coltiva una sete di vendetta sempre maggiore decidendo di seguirne le tracce sulla terra decidendo di fare tutto ciò che è in suo potere e tormentarlo per il resto della vita.

Ercole nella sua infanzia cresce nella campagna di Tebe. Riceve la migliore istruzione dal patrigno mortale. Ian Morris – Professor on classicStanford University“Ercole se la cavava molto bene nello sport. Era molto bravo nella lotta, un ottimo arciere e forte nella corsa delle bighe. Ma c’era una cosa in cui difettava: non riusciva a suonare la lira, uno strumento a corde. Un uomo doveva saperla suonare. Narra la storia che il suo maestro di musica, Lino, s’arrabbiasse molto con lui, lo rimproverava aspramente ed umiliava…”

Durante una lezione di musica nella sua adolescenza, Ercole mostra il lato oscuro e violento del suo carattere. Infuriato per le critiche perde la pazienza colpendolo con la lira il cranio del maestro. La botta fu così violenta da ucciderlo. Il patrigno teme che il figlioccio possa commettere altri atti di violenza perciò lo manda in una fattoria isolata. Qui Ercole diventa uomo. A 18 anni a Tebe è più forte e coraggioso di chiunque, il suo animo inquieto ha fame d’avventura. Quando viene a sapere che in un regno confinante c’è un pericolosissimo leone che minaccia decide di intervenire. Si avvia a Tespie per sfidarlo ed ucciderlo. Il re della città ammira il coraggio e la forza del giovane. Ha cinquanta figlie e vuole che ognuna di esse abbia un figlio dal possente eroe. Il re si aspetta che termini questo compito in una notte, quindi allestisce un banchetto in suo onore. Fa in modo che sia servito tutto il vino desiderato. Ercole in quella notte ha 50 amplessi e quindi altrettanti figli. La città di Tespie si ripopola grazie al figlio di Zeus. Mentre torna a Tebe s’imbatte in una schiera di Messi. Questi si recano a Tebe per riscuotere l’annuale tributo per il re dei MINI. Questo incontro scatenerà una guerra. Quando i MESSI esigono che Ercole ceda loro il passaggio, l’eroe s’infuria. Ignorandola sacra legge dell’immunità diplomatica che protegge i messi stranieri, Ercole taglia loro il naso e le orecchie rispedendoli dal loro padrone, quindi solleva Tebe contro questi oppressori. Grazie ad Ercole, dopo la guerra saranno i Mini, sconfitti, a pagare un tributo annuale ai Tebani.

Grato per la vittoria il re di Tebe, Creonte, concede in sposa la sua bellissima figlia Magara da cui nascono tre figli. La devozione di Ercole alla famiglia sembra dissipare le ombre del carattere. Continua a compiere atti eroici riuscendo anche a salvare Tebe da un tiranno invasore. Queste imprese lo rendono l’uomo più famoso ed ammirato della Grecia. Ma quando Ercole sembra cavalcare il destino voluto da suo padre Zeus ecco che la moglie gelosa del re degli Dei interviene: Era suscita in Ercole un raptus di follia. Tornato in se si rede conto di aver ucciso involontariamente la sua famiglia.

“Non la violenza del mare in tempesta e nemmeno i terremoti o la folle agonia dei tuoni potranno uguagliare il mio furore mentre colpisco al cuore Ercole e gli insinuo il seme della follia. Gli svio la mente che bramerà il sangue della moglie e dei figli. Lo scuoto con tremori lunatici, così che quando avrà spedito la famiglia sul fiume della morte possa finalmente capire quanto brucia la terribile rabbia di Era..” Euripide, La pazzia di Ercole.

Tornato in sé prova un senso elevatissimo di vergogna: “Che vergogna essere l’assassino dei miei amatissimi figli e di mia moglie. Cher cosa vale vivere ancora? Da una rocca dovrei lanciarmi nel vuoto; al cuore puntare la mia spada ed essere il vendicatore dei miei cari o bruciaare il mio corpo per lavare l’infamia con le fiamme. Che cosa mi aspetta ora?” Euripide, La pazzia di Ercole.

Ercole vuole espiare il suo delitto recandosi nella città di Delfi per consultare l’oracolo, la Sacerdotessa nel tempio di Apollo. La storia narra che c’era una fessura per terra e da essa usciva del fumo da una profonda camera sotterranea. Una donna sedeva sopra un tripode di bronzo emettendo versi e lamenti incoerenti. Se si voleva sapere qualche cosa si veniva a Delfi ponendo il proprio quesito all’oracolo. A quel punto l’oracolo emetteva tutti questi suoni strani che sarebbero stati successivamente decodificati da un’interprete. Ad Ercole viene rivelato che l’unico modo per espiare la colpa è quello di sottomettersi a terribili pericoli ed umiliazioni. Dovrà servire il meschino re di Tirinto, Euristeo, per 12 anni  portando a termine tutte le fatiche che il re gli imporrà…

PLATONE: LA TEORIA DELLE IDEE

La teoria delle idee di Platone attraversa buona parte dello studio del filosofo greco. Essa è stata ricostruita a partire dai Dialoghi dell’età giovanile in cui ci racconta di Socrate, in quelli della maturità (Menone, Simposio, Repubblica, Fredo) dove qui scorgiamo le sue teorie originali elaborate negli anni. Non si trova quindi espressa in maniera esplicita in nessun dialogo scritto ma è sparsa qua è la ma senza una trattazione unitaria. Gli studiosi la riconducono a quelle dottrine non scritte, insegnate nelle accademie. 

Per noi le idee siano prodotti della nostra mente. Spesso in filosofia si scrive “idee platoniche” per distinguerle da come vengono solitamente intese o espresse dal linguaggio comune.  Platone è alla ricerca di una forma di conoscenza valida. Vive in un’Atene che da poco è stata mal ridotta dalla vicenda di Socrate, condannato ingiustamente da una giuria che non ha saputo riconoscere la verità. Socrate cercava di insegnare cose buone e giuste, educando gli ateniesi a trovare la verità, la dove il popolo si è fatto incantare democraticamente soprattutto dalla retorica dei sofisti. Di conseguenza lo scopo di Platone è quello di far sapere che esistono un bene e un sapere unici. 

La verità non si basa sui sensi, sul “ciò che vedo io è diverso da quello che vede un’altra persona”. 

I sensi non sono una verità assoluta perché ognuno può avvalersi della propria opinione. Esistono anche delle verità diverse su cui tutti si trovano d’accordo. Un esempio è affermabile nella geometria: il triangolo isoscele, per esempio, ha due lati ed angoli uguali. Ci sono dunque verità eterne, immutabili, ben diverse da quelle acquisite con i sensi. Le verità matematiche non sono soggette al divenire, al punto di vista soggettivo. Ma la perfezione non è di questo mondo. Ciò che immaginiamo è la perfezione. Si può conoscere il mondo ma questi è mutevole, a tratti ingannevole. Per Platone possiamo avere una conoscenza che oltrepassi il corruttibile, il mutevole e possa durare per sempre. Possiamo avere una scienza che non ci può dare solo opinioni (Doxa) ma una vera conoscenza valida per tutti, duratura, unica, soprattutto. Una verità assoluta per tutti gli uomini di ogni epoca o periodo. L’idea deve andare al di là della nostra mente. Le proprietà di queste idee sono presenti indipendenti dai nostri pensieri. Idee eterne e immutabili. L’immagine della nostra mente richiama l’idea eterna. Le idee trascendono l’uomo, la sua mente.

Per Platone c’è il piano delle cose sensibili, ovvero il nostro mondo, mutevole, soggetto al divenire, corrotto ed imperfetto. Per questo mondo non si può avere conoscenza ma solo opinione, insufficiente per scavare in profondità il senso dell’essere, della vita e della realtà stessa. Secondo Platone, Il mondo sensibile ci conduce ad un’indagine naturalistica incapace di comprendere una natura profonda dell’uomo e dell’universo. Il mondo sensibile, essendo insufficiente, avrà bisogno di una seconda navigazione, verso un mondo che va al di là della natura, un mondo metafisico.

Oltre al mondo delle cose sensibili, in un piano più elevato esiste il mondo delle idee dove ci sono quelle che non mutano, non cambiano. Platone da in parte ragione ad Eraclito il quale affermava che il mondo fosse tutto in divenire, dove tutto è mutevole e tutto scorre. Quindi anche nel pensiero di Platone tutto cambia nel mondo sensibile. 

Il mondo immutabile di Platone mette in risalto il pensiero di Parmenide il quale affermava l’esistenza di una verità più alta conoscibile attraverso la ragione, cioè l’essere eterno ed immutabile.

Platone si differenzia da Parmenide in quanto attesta che gli esseri sono molteplici e non uno, quindi anche le idee. 

Dualismo ontologico: esistono due piani delle realtà e quindi dell’essere. Il primo piano è concreto, sensibile ma apparente ed illusorio e il mondo delle idee.

A questo dualismo ontologico corrisponde in parallelo un dualismo gnoseologico (teoria della conoscenza) dove con la ragione si può formare una vera e propria scienza.

Per Platone esiste una sola giustizia, una sola eguaglianza, una sola verità come un solo bene o bellezza. Si discosta così, come scritto prima, dal pensiero dei Sofisti. Anche Socrate riteneva che gli uomini potessero arrivare ad una verità condivisa e se non ci arrivavano era perché molto spesso avevano un’idea molto superficiale delle cose. Socrate quando andava ad usare l’ironia e la maieutica lo faceva affinché gli uomini si spingessero a ricercare una verità più profonda. 

Per Platone l’iperuranio è un luogo dove albergano le idee al di là del cielo, oltre la volta celeste. Questo luogo è sempre esistito ed è raggiungibile solo dall’intelletto, non tangibile dagli enti terreni e corruttibili. L’iperuranio è una dimensione metafisica, atemporale, aspaziale e, dunque, puramente spirituale. Qui il filosofo greco colloca tutte le idee come in un mondo distinto da cui sgorgano come una fonte per poi arrivare alla coscienza dell’umanità

Le idee non sono il contenuto della mente ma entità realmente esistenti di natura spirituale, pertanto eterne, immortali, uniche ma molteplici. Sono degli archetipi, la perfezione, dei modelli.

Rapporto tra le idee e le cose del mondo in cui Platone vive: 

Causa effetto: le idee non sono l’effetto ma la causa delle cose. Non sono la produzione della mente dell’uomo, sono entità reali perfette. Le idee sono causa delle cose; le cose sono effetto delle idee creando così rapporto causale conseguenziale. 

Il sensibile per Platone e per tutti i metafisici deriva dallo spirituale; il materiale. Sono le idee spirituali che producono le cose materiali.

Rapporto cose – idee: mimesi, imitazione

Le cose sono come sono, effetto dell’idee che sono causa, perché imitano (mimesi). Esempio: l’idea di sedia è imitata dal falegname, artigiano quando crea la sedia. L’artigiano imita nel momento in cui fabbrica la sedia o il tavolo.

 Esistono modelli perfetti di cui le cose sono copia: LA COPIA L’ORIGINALE. MIMESI > IMITAZIONE

Rapporto di metessi ovvero di partecipazione. Le cose si abbeverano delle idee. Un uomo giusto (cosa) lo è perché partecipa la giustizia, l’ha portata in sé, l’ha fatta propria e si è compenetrato con la giustizia.

Rapporto di parusia: le idee sono presenti nelle cose. Queste ultime hanno presenti le prime.

Platone vuole eliminare il relativismo di giudizio. Le verità conducono al disordine, al declino della comunità. 

Le idee sono il criterio di giudizio delle cose. Nella nostra anima ci sono delle idee che ricordiamo quando giudichiamo (reminiscenza). Perché le cose le giudichiamo in maniera diversa? Per Platone se andiamo in profondità della nostra anima, l’alleniamo ed arriveremo al vero, il bello. In questo modo lo coglieremo e lo riconosceremo. Il bello sarà uno con le sue gradazioni. Le persone che non lo colgono non sono allenate, educate per coglierlo.

Chi può giudicare bene il disordine? Colui che ha conosciuto l’armonia. Chi pensa che la massima bellezza sia quella del corpo non è stato educato alla bellezza del cosmo. Per Platone non è bello ciò che piace, ma bello ciò che è bello.

L’armonia. L’ampiezza e la completezza raffigurano il bello. I relativisti per il filosofo sono i sofisti che con l’arte del parlare cambiano, trasformano il vero in falso e viceversa. 

Per il Platone della maturità vi sono due tipi di idee: valori (bene, bello, giusto…) matematiche (quadrato, rettangolo, triangolo, sfera…).

L’idea massima di bellezza in terra non la troviamo – perché è un’idea- .

La filosofia di Platone è un inno ad elevarsi dal mondo delle cose a quello delle idee; è un inno a diventare belli, ad essere giusti, a vivere per il bene.

LA LETTERATURA NEL ROMANTICISMO

Il Romanticismo è un movimento assai vasto e complesso, spesso contraddittorio, di cui potremmo dire la grande protagonista è la soggettività, intesa come rifiuto della mediocrità e dell’opacità del presente, come ansia verso l’infinito , sia come volontà di trasformazione della realtà (pessimismo e ottimismo). Il poeta rifiuta la razionalità illuministica in un tentativo di ricomposizione totale dell’uomo e della sua storia, attuato soprattutto il recupero e la rivalutazione del sentimento, sia individuale sia collettivo. Tendenze antirazionalistiche erano per altro presenti in vari movimenti diffusi in Europa alla fine del ‘700, unificati sotto la dizione di preromanticismo e accumunati dal gusto per il primitivo (come per la poesia ossianica, per il soggettivismo dell’ispirazione e dalla predilizione per stati d’animo e ambienti melanconici, sepolcrali e notturni. Tra essi particolare vigore storica ebbe lo Sturm und drug (Tempesta e Assalto)un movimento nato all’interno stesso dell’Illuminismo tedesco, di cui faceva parte anche Goethe, che identificava la poesia con l’entusiasmo, la libertà creativa, e sosteneva la superiorità dell’arte rispetto a qualsiasi costrizione: religione, morale, regole teoriche. Si formò all’interno di esso il tipo dell‘eroe appassionato e ribelle. E in Germania ebbe la sua nascita ufficiale e la sua definizione il Romanticismo, interno alla rivista dei fratelli Schlegel <<Athenaeum>>(1798-1800), in cui per la prima volta il termine romantik indicò la nuova poesia, in contrapposizione a quella classica. I fratelli Schlegel distinsero infatti:

  1. Una poesia ingenua, fantastica, tipica, degli antichi (armonia, serenità, equilibrio), distrutta dal cristianesimo (senso del peccato)
  2. Una poesia sentimentale, riflessiva, tipica dei moderni (dramma, inquietudine, nostalgia, tendenza verso il sogno, l’infinito, il mistero).

Il teorico della nuova concezione romantica dell’arte fu il filosofo idealista tedesco Schelling che sostenne che la poesia può e deve cogliere il significato ultimo, essenziale delle cose, e non limitarsi alla loro apparenza esteriore: non si tratta di dar vita ai tratti del “bello ideale”, come volevano i neoclassici, ma solo all'”ideale”, cioè solo a quel frammento di assoluto, di infinito, che c’è in ogni realtà.

In Inghilterra l’atto ufficiale della nascita della nascita del Romanticismo è segnato dalla pubblicazione delle Ballate liriche, di Wordsworth e Coleridge, comparse in una prima edizione del 1798 e in una seconda del 1800, preceduta da un’introduzione programmatica che potrebbe essere sintetizzata nella seguente affermazione: <<la poesia è lo spontaneo traboccare di forti emozioni>>.

Per quanto riguarda l’Europa latina in cui la tradizione classica (e neoclassica) era più radicata il movimento romantico si affermò più tardi, a partire dalla pubblicazione del libro di Madame de Staèl De L’Alemagne (La Germania) nel 1813. La stessa Madame de Staèl, divulgatrice intelligente e battagliera del nuovo credo romantico, diede vita in Italia alla polemica tra classici e romantici da cui prese avvio il Romanticismo italiano.

Complessivamente, nonostante le diversità da paese a paese, per i romantici la poesia è espressione spontanea della personalità dell’artista, attraverso il sentimento; il ritorno alla natura; affermazione della libera fantasia contro le regole della poetica classicista e neoclassica. Furono quindi ripudiati i canoni della retorica e i principi di unità nei comportamenti drammatici; fu drasticamente eliminata dalle opere la mitologia greco-romana, in quanto non più rispondente alla sensibilità moderna e ormai ridotta a pura convenzionalità; si rinnegarono i modelli e di conseguenza, il principio di imitazione e si eliminarono le forme linguistiche libresche, auliche e antiquate. Secondo i romantici, infatti, la nuova letteratura deve essere moderna e in linea con i tempi; ispirarsi a temi di attualità che interessino un pubblico sempre più vasto

TEMI CENTRALI DELLA LETTERATURA ROMANTICA

  1. Sentimento: il Romanticismo esalta la capacità italiano attiva del soggetto inteso come istinto, affettività, come espressione di facoltà native e spontanee. Di qui l’individualismo talora esasperato nel Romanticismo tedesco, che elabora il tipo dell’eroe, del genio, dell’uomo superiore per doti naturali e spirituali.
  2. Spiritualità: il Romanticismo rivaluta tutte le dimensioni irrazionali dell’uomo e quindi anche l’ansia religiosa, la tensione verso l’infinito e l’assoluto che porta al superamento dei limiti conoscitivi del fenomeno e a cogliere in modo intuitivo l’essenza del reale.
  3. Popolo: individuato come unità storica, linguistica e spirituale. A esso è affidato il compito di realizzare le istanze comuni e, in primo luogo, quella dell’unità e dell’indipendenza nazionali, che è obiettivo primario della borghesia. Pertanto il popolo non è inteso come insieme delle masse subalterne, ma come idealizzazione delle aspirazioni della classe borghese.
  4. Storia: la cultura romantica da alla storia un’importanza fondamentale in quanto capace di cogliere l’anima, lo spirito delle nazioni. Rispetto all’Illuminismo, applica una riflessione più ampia tendente a vedere il passato non più come un accumulo di superstizioni, di fanatismi, di pregiudizi di cui liberarsi, ma come tappa evolutiva di uno sviluppo organico. Di qui la rivalutazione, per esempio, del Medioevo, e la sua stessa idealizzazione, ma anche il rischio di giustificare come necessario tutto quanto accade ed è accaduto. Positiva è invece la tendenza dello storicismo romantico a riportare su un piano concreto tutti i fatti i fatti sociali, politici e culturali.

Fonte: FEDERICO RONCONI

TESTO E CONTESTO. Guida all’analisi delle opere e degli autori nel loro tempo

Arnaldo Mondadori editore

IL PENSIERO NEL ROMANTICISMO

Il pensiero del Romanticismo nasce dalla crisi dello spirito Illuministico che, se aveva fornito le armi della ragione per demolire l’Ancien Regime, non sembrava in grado di raccogliere le grande spinta propulsiva della nuova classe emergente, ed esprimere una nuova concezione del mondo, in cui ci fosse spazio per la totalità dell’uomo con la sua soggettività, la sua storia, i suoi sentimenti, e per una comprensione che voleva essere globale, complessiva, della realtà. L’illuminismo era stato cioè una filosofia “analitica, tesa alla critica scientifica “punto per punto”della storia e della realtà; il Romanticismo è, al contrario, nelle sue varie e diverse espressioni, un’ideologia (concezione del mondo) “sintetica”, che tende cioè a comprendere in una visione unitaria i vari aspetti del reale. Al centro è posto l’uomo inteso come soggetto attivo, entità sentimentale e spirituale tesa a cogliere il significato ultimo della natura e della realtà, a confondersi con essa, senza limitarsi alla sua descrizione. Il punto di passaggio tra illuminismo e nuova filosofia romantica è segnato da Kant, il quale, sottoponendo la ragione al “tribunale della critica”, aveva concluso che essa è in grado di cogliere e di giudicare gli aspetti esteriori del mondo (fenomeni), ma non quelli segreti, riposti, ultimi, non apparenti (noumeni, ovvero “le cose in sé”, al di là di come appaiono). Egli, su quella via, aveva altresì affrontato che tali significati intimi del reale possono essere colti dall’artista in un rapporto privilegiato di comunicazione diretta, intuitiva (non razionale) con la realtà, aprendo così la strada alla concezione romantica dell’arte.

Il movimento che sintetizza la filosofia romantica dell’arte, l’idealismo tedesco, rappresentato fa Fichte, Schelling e Hegel, volle colmare il vuoto tra conoscibile (finito) e inconoscibile (infinito, assoluto)in una sintesi che identificava il reale con l’ideale (cioè il modello perfetto del reale), in un’anelito dell’Io verso l’Assoluto raggiungibile o per una via intuitiva (artistica, etica) o per via razionale, come afferma Hegel. Per quest’ultimo infatti non esiste una frattura tra l’uomo e l’universo, tra il pensiero e le leggi dell’universo, ma la ragione dell’uomo è capace di spiegare la totalità del reale. Celebre è l’affermazione di Hegel: <<tutto ciò che è reale è razionale e tutto ciò che è razionale è reale>>. Il Razionalismo illuminista analitico, al contrario, aveva sostenuto che la realtà non è necessariamente razionale, ma spesso contraddittoria e ingiusta e che compito della ragione dell’uomo era appunto quello di intervenire per modificarla per abbatterne le storture e le ingiustizie.

La nuova razionalità romantica “positiva” e “ottimistica” tende tuttavia, rispetto al razionalismo precedente, a deprezzare lo studio scientifico del finito (realtà empirica) a favore di una concezione ideale e globale della natura. Molti illustri studiosi pongono proprio qui l’origine della frattura tra le “due culture”(umanistica e scientifica), ancora in buona parte insanata.

Sul piano politico, il pensiero romantico presenta oscillazioni tra conservatorismo e radicalismo, soprattutto in riferimento al Congresso di Vienna e alle successive ondate rivoluzionarie, ma ha il suo aspetto più costruttivo e congeniale nel liberalismo che sancisce alla base dello stato la libertà dell’individuo (di stampa, di parola, ma prima di tutto di pensiero, mantenendo inalterati i principi della proprietà). Sul piano economico, infine, la spinta individualistica e ottimistica dell’età romantica si traduce nell’esaltazione della libera iniziativa e della libera concorrenza (liberismo) in un rapporto di fiducia nella naturalità dell’economia e nella sua capacità di autoequilibrarsi eredidata dal pensiero economico illuministico(fisiocrazia), ma destinata a essere messa in crisi nel corso stesso del sec. XIX.

Fonte: Testo e contesto

Guida all’analisi delle opere e degli autori nel loro tempo

Federico Roncoroni