ERCOLE (Seconda parte)

Nella Grecia antica di solito non c’era la pena capitale per l’omicidio, si andava dall’oracolo di Delfi o da un’autorità giudiziaria riconosciuta da tutti e si riceveva una specie di pena di espiazione, esempio al posto di 20 anni di prigione al colpevole veniva data una lista di servizi da compiere al servizio della comunità, ed è quello che capitò ad Ercole. 

Solo portando a compimento le dodici fatiche Ercole potrà espiare la colpa e ricevere in cambio l’immortalità. Rassegnato per il suo destino parte per Tirinto per mettersi a servizio di un re vile e confrontarsi con la sorte. 

Arrivato a Tirinto per compiere il suo destino ha circa 25 anni. Spera di fare ammenda per l’omicidio della famiglia portando a termine dodici fatiche che il re Euristeo gli imporrà, ma servire il suo nuovo padrone sarà una vera impresa al pari delle fatiche. Per ironia della sorte tutte e due gli stessi uomini sono nati nello stesso giorno e il è geloso della fama e della gloria del possente Ercole. 

Dr Ann Steiner — ASSOCIATE PROFESSOR OF CLASSIC- Franklin and Marshall College

A livello metaforico fanno parte della stessa discendenza. È Euristeo ed essere nato per primo in quel giorno carico di presagi in cui nacque Ercole. Ed ecco che torna quel classico presagio popolare secondo cui il fratello maggiore più stupido dice quello che deve fare al fratello minore, il quale è costretto ad obbedire anche se non vuole. Con premeditata malizia il vile re escogita fatiche che umilieranno e alla fine distruggeranno il grande eroe”. 

La prima delle dodici fatiche di Ercole consiste nell’uccisione del leone Nemeo. La pelle del leone è impenetrabile alle armi umane così Ercole si crea una grossa clava di legno di ulivo e tenta di colpire l’animale: quando fallisce comincia a combattere il leone a mani nude e finisce per strangolarlo, poi servendosi uno degli affilatissimi artigli della belva la scuoia. Da quel momento in poi Ercole indosserà sempre la pelle del leone quasi fosse un’armatura. Stupefatto per l’impresa di Ercole, Euristeo non perde tempo la prossima fatica, ovvero affrontare un mostro terribile, l’idra di Lerna, uno spaventoso mostro con otto teste che uccide i viandanti ed avvelena la terra con il suo devastante veleno. Le armi non servono a nulla, ogni volta che Ercole taglia una testa ne crescono due al suo posto. In una lotta sfiancante riesce a bruciare i colli mozzati dell’idra con un tizzo ardente prima che ricrescano le teste, poi spezza in due la carcassa del mostro, intingendo nel sangue velenoso della belva le sue frecce. Ercole porta a termine una fatica dietro l’altra: Euristeo è sempre più frustrato. Invece che distruggere l’eroe e la sua fama ad ogni prova che impone ne aumenta la gloria.

Dr Stephen L. Glass – PROFESSOR OF CLASSIC- Pitzer College: “Euristeo nella maggior parte delle storie viene rappresentato come un personaggio che vive nel terrore per le belve e affronta e sconfigge Ercole su suo mandato. Uno dei motivi preferiti dell’arte antica quando si parla del re Euristeo era quello di raffigurarlo nascosto in una giara…”

I capricci di un re meschino non fanno altro che ridurre la pazienza di Ercole. La rabbia dell’eroe cresce sempre di più mentre compie le dodici fatiche. Consapevole che alla base dei suoi problemi c’è il suo carattere Ercole riesce a frenare l’istinto e rimane in silenzio. Spinto ad andare avanti dal rimorso Ercole continua a portare avanti le dodici prove che Euristeo dispone per lui, non solo, riesce a trovare il tempo per altre gesta eroiche come con Giasone e gli argonauti alla ricerca del vello d’oro. Per quanto sia famoso per la sua forza fisica a volte mette in luce altri lati del suo carattere. In una delle fatiche più acclamate l’eroe ripulisce le gigantesche stalle del re Augia ripulendo il corso di un fiume. Euristeo continua la sua vendetta su Ercole sottoponendolo a prove sempre più difficili in tutta la Grecia. Nelle ultime sei fatiche Ercole si aggira ai confini della terra per catturare il TORO SACRO, per addomesticare le CAVALLE MANGIATRICI DI UOMINI di un re malvagio, per sconfiggere le AMAZZONI e conquistare il cinto delle regina IPPOLITA , per catturare Cerbero, un cane con tre teste e in un’avventura Ercole arriva persino a sostituire Atlante e a sostenere il cielo.

“Le fatiche definiscono il confine del mondo degli esseri mortali e sembrano definire anche i limiti dell’umanità più metafisico nel senso che molte avventure di Ercole sono collegate alla morte e alla sconfitta della morte. Questa idea è evidente nell’ultima delle dodici fatiche”.

Per la dodicesima ed ultima fatica di Ercole, Euristeo sceglie una missione che ritiene impossibile portare a termine ossia scendere negli inferi, nell’ADE il regno dei morti e recuperare Cerbero, il famoso mastino a tre teste guardiano dell’inferno. Sebbene sia terribilmente stanco per gli anni di servitù, Ercole è impavido. Guidato da ATENA nell’oscurità del mondo sotterraneo riesce ad ottenere in prestito Cerbero ma ad una condizione: dovrà addomesticarlo senza usare armi. A mani nude lo costringe all’obbedienza e la trascina su nella terra dei vivi. Quando vede la creatura infernale Euristeo non crede ai suoi occhi: Ercole ha fatto l’impossibile! Terrorizzato il re si rifugia nella sua Giara liberando Ercole dalla servitù. Espiata la colpa le sue gesta eroiche hanno contribuito a sottomettere vaste regioni del mondo.

Ercole è il grande eroe della civiltà greca, colui che apre il mondo alla diffusione di questa straordinaria cultura. 

“Ercole figlio di Zeus ha superato la gloria dei suoi natali con le fatiche della sua nobile vita annientando belve che avevano terrorizzato gli umani ci donò quella tranquillità che oggi apprezziamo” 

Euripide, LA PAZZIA DI ERCOLE

ERCOLE (prima parte)

Molti ritengono che il nome Eracle risalga all’età del bronzo, cioè al 1200 a.c e quindi anche le storie risalgano a quel periodo. La storia di Ercole è la saga epica del figlio di Zeus, re degli dei.  Condannato dal fato a servire un padrone codardo fu costretto a compire 12 spaventose fatiche che avrebbero fatto di lui il più famoso eroe di tutti i tempi.

Ercole compirà centinaia di nobili azioni: dalla creazione della Via Lattea, all’istituzione dei giochi olimpici ed avrà un posto tra gli immortali

Dr. Pamela Lawson (Adelphi University- Long Island, NY) “Deve essere esistito qualcuno che si chiamava Ercole vissuto all’epoca in cui gli antichi greci collocavano gli eroi. Magari è esistito un principe che si chiamava Ercole e compiva delle gesta molto importanti. Col tempo queste imprese devono aver raggiunto una dimensione mitica”.

Come tutte le divinità greche ha molte debolezze umane, tra queste lussuria, orgoglio e gelosia. Ercole viene concepito quando Zeus scende dalla sua dimora, sul monte Olimpo, per camminare tra i mortali. Sceglie una bellissima donna di stirpe nobile, Alcmena vive a Tebe nella Grecia centrale. Il dio si presenta alla donna travestito da suo marito. I genitori umani del fanciullo non si rendono conto che il padre è Zeus e lo chiamano Ercole che in greco significa GLORIA DI ERA, un’ironia della sorte poiché Era è la regina degli Dei e moglie di Zeus stesso. Infuriata per le moltissime relazioni extra coniugali del marito sulla terra, Era è follemente gelosa di tutti i figli mortali, soprattutto di Ercole chiamato così in suo onore. Lo tormenterà di gelosia per tutta la vita. La madre mortale del fanciullo viene a sapere la vera identità: temendo la furia di Era lo abbandona sul fianco scosceso di una collina esposto agli elementi con la speranza che muoia, ma Zeus interviene inviando una delle figlie, Atena, per salvare il neonato e fratellastro. Inganna Era facendole fare una passeggiata vicino al palazzo dove giace abbandonato il piccolo.

Quando lo scopre lo allatta come fosse il figlio.

“Ercole si distingue in tutto: non succhia il latte come tutti i poppanti, le addenta il capezzolo. La dea se lo strappa dal petto e lo getta in mezzo la strada, ma il latte zampilla dal capezzolo scontrandosi con il cielo ed è così che sarebbe nata la VIA LATTEA”.

Bevendo una minuta quantità di latte riesce a rimanere in vita. Atena lo riconsegna alla madre terrena. Era viene a sapere dell’inganno e tenta di uccidere Ercole nella furia. In preda alla furia spinse nella culla due serpenti pronti a serrarsi intorno al neonato, ma questi sollevò il capo sperimentando per la prima volta il piacere della battaglia. Con grande abilità afferrò i due serpenti togliendo loro il respiro con la sua presa ferrea. La dea coltiva una sete di vendetta sempre maggiore decidendo di seguirne le tracce sulla terra decidendo di fare tutto ciò che è in suo potere e tormentarlo per il resto della vita.

Ercole nella sua infanzia cresce nella campagna di Tebe. Riceve la migliore istruzione dal patrigno mortale. Ian Morris – Professor on classicStanford University“Ercole se la cavava molto bene nello sport. Era molto bravo nella lotta, un ottimo arciere e forte nella corsa delle bighe. Ma c’era una cosa in cui difettava: non riusciva a suonare la lira, uno strumento a corde. Un uomo doveva saperla suonare. Narra la storia che il suo maestro di musica, Lino, s’arrabbiasse molto con lui, lo rimproverava aspramente ed umiliava…”

Durante una lezione di musica nella sua adolescenza, Ercole mostra il lato oscuro e violento del suo carattere. Infuriato per le critiche perde la pazienza colpendolo con la lira il cranio del maestro. La botta fu così violenta da ucciderlo. Il patrigno teme che il figlioccio possa commettere altri atti di violenza perciò lo manda in una fattoria isolata. Qui Ercole diventa uomo. A 18 anni a Tebe è più forte e coraggioso di chiunque, il suo animo inquieto ha fame d’avventura. Quando viene a sapere che in un regno confinante c’è un pericolosissimo leone che minaccia decide di intervenire. Si avvia a Tespie per sfidarlo ed ucciderlo. Il re della città ammira il coraggio e la forza del giovane. Ha cinquanta figlie e vuole che ognuna di esse abbia un figlio dal possente eroe. Il re si aspetta che termini questo compito in una notte, quindi allestisce un banchetto in suo onore. Fa in modo che sia servito tutto il vino desiderato. Ercole in quella notte ha 50 amplessi e quindi altrettanti figli. La città di Tespie si ripopola grazie al figlio di Zeus. Mentre torna a Tebe s’imbatte in una schiera di Messi. Questi si recano a Tebe per riscuotere l’annuale tributo per il re dei MINI. Questo incontro scatenerà una guerra. Quando i MESSI esigono che Ercole ceda loro il passaggio, l’eroe s’infuria. Ignorandola sacra legge dell’immunità diplomatica che protegge i messi stranieri, Ercole taglia loro il naso e le orecchie rispedendoli dal loro padrone, quindi solleva Tebe contro questi oppressori. Grazie ad Ercole, dopo la guerra saranno i Mini, sconfitti, a pagare un tributo annuale ai Tebani.

Grato per la vittoria il re di Tebe, Creonte, concede in sposa la sua bellissima figlia Magara da cui nascono tre figli. La devozione di Ercole alla famiglia sembra dissipare le ombre del carattere. Continua a compiere atti eroici riuscendo anche a salvare Tebe da un tiranno invasore. Queste imprese lo rendono l’uomo più famoso ed ammirato della Grecia. Ma quando Ercole sembra cavalcare il destino voluto da suo padre Zeus ecco che la moglie gelosa del re degli Dei interviene: Era suscita in Ercole un raptus di follia. Tornato in se si rede conto di aver ucciso involontariamente la sua famiglia.

“Non la violenza del mare in tempesta e nemmeno i terremoti o la folle agonia dei tuoni potranno uguagliare il mio furore mentre colpisco al cuore Ercole e gli insinuo il seme della follia. Gli svio la mente che bramerà il sangue della moglie e dei figli. Lo scuoto con tremori lunatici, così che quando avrà spedito la famiglia sul fiume della morte possa finalmente capire quanto brucia la terribile rabbia di Era..” Euripide, La pazzia di Ercole.

Tornato in sé prova un senso elevatissimo di vergogna: “Che vergogna essere l’assassino dei miei amatissimi figli e di mia moglie. Cher cosa vale vivere ancora? Da una rocca dovrei lanciarmi nel vuoto; al cuore puntare la mia spada ed essere il vendicatore dei miei cari o bruciaare il mio corpo per lavare l’infamia con le fiamme. Che cosa mi aspetta ora?” Euripide, La pazzia di Ercole.

Ercole vuole espiare il suo delitto recandosi nella città di Delfi per consultare l’oracolo, la Sacerdotessa nel tempio di Apollo. La storia narra che c’era una fessura per terra e da essa usciva del fumo da una profonda camera sotterranea. Una donna sedeva sopra un tripode di bronzo emettendo versi e lamenti incoerenti. Se si voleva sapere qualche cosa si veniva a Delfi ponendo il proprio quesito all’oracolo. A quel punto l’oracolo emetteva tutti questi suoni strani che sarebbero stati successivamente decodificati da un’interprete. Ad Ercole viene rivelato che l’unico modo per espiare la colpa è quello di sottomettersi a terribili pericoli ed umiliazioni. Dovrà servire il meschino re di Tirinto, Euristeo, per 12 anni  portando a termine tutte le fatiche che il re gli imporrà…

PLATONE: LA TEORIA DELLE IDEE

La teoria delle idee di Platone attraversa buona parte dello studio del filosofo greco. Essa è stata ricostruita a partire dai Dialoghi dell’età giovanile in cui ci racconta di Socrate, in quelli della maturità (Menone, Simposio, Repubblica, Fredo) dove qui scorgiamo le sue teorie originali elaborate negli anni. Non si trova quindi espressa in maniera esplicita in nessun dialogo scritto ma è sparsa qua è la ma senza una trattazione unitaria. Gli studiosi la riconducono a quelle dottrine non scritte, insegnate nelle accademie. 

Per noi le idee siano prodotti della nostra mente. Spesso in filosofia si scrive “idee platoniche” per distinguerle da come vengono solitamente intese o espresse dal linguaggio comune.  Platone è alla ricerca di una forma di conoscenza valida. Vive in un’Atene che da poco è stata mal ridotta dalla vicenda di Socrate, condannato ingiustamente da una giuria che non ha saputo riconoscere la verità. Socrate cercava di insegnare cose buone e giuste, educando gli ateniesi a trovare la verità, la dove il popolo si è fatto incantare democraticamente soprattutto dalla retorica dei sofisti. Di conseguenza lo scopo di Platone è quello di far sapere che esistono un bene e un sapere unici. 

La verità non si basa sui sensi, sul “ciò che vedo io è diverso da quello che vede un’altra persona”. 

I sensi non sono una verità assoluta perché ognuno può avvalersi della propria opinione. Esistono anche delle verità diverse su cui tutti si trovano d’accordo. Un esempio è affermabile nella geometria: il triangolo isoscele, per esempio, ha due lati ed angoli uguali. Ci sono dunque verità eterne, immutabili, ben diverse da quelle acquisite con i sensi. Le verità matematiche non sono soggette al divenire, al punto di vista soggettivo. Ma la perfezione non è di questo mondo. Ciò che immaginiamo è la perfezione. Si può conoscere il mondo ma questi è mutevole, a tratti ingannevole. Per Platone possiamo avere una conoscenza che oltrepassi il corruttibile, il mutevole e possa durare per sempre. Possiamo avere una scienza che non ci può dare solo opinioni (Doxa) ma una vera conoscenza valida per tutti, duratura, unica, soprattutto. Una verità assoluta per tutti gli uomini di ogni epoca o periodo. L’idea deve andare al di là della nostra mente. Le proprietà di queste idee sono presenti indipendenti dai nostri pensieri. Idee eterne e immutabili. L’immagine della nostra mente richiama l’idea eterna. Le idee trascendono l’uomo, la sua mente.

Per Platone c’è il piano delle cose sensibili, ovvero il nostro mondo, mutevole, soggetto al divenire, corrotto ed imperfetto. Per questo mondo non si può avere conoscenza ma solo opinione, insufficiente per scavare in profondità il senso dell’essere, della vita e della realtà stessa. Secondo Platone, Il mondo sensibile ci conduce ad un’indagine naturalistica incapace di comprendere una natura profonda dell’uomo e dell’universo. Il mondo sensibile, essendo insufficiente, avrà bisogno di una seconda navigazione, verso un mondo che va al di là della natura, un mondo metafisico.

Oltre al mondo delle cose sensibili, in un piano più elevato esiste il mondo delle idee dove ci sono quelle che non mutano, non cambiano. Platone da in parte ragione ad Eraclito il quale affermava che il mondo fosse tutto in divenire, dove tutto è mutevole e tutto scorre. Quindi anche nel pensiero di Platone tutto cambia nel mondo sensibile. 

Il mondo immutabile di Platone mette in risalto il pensiero di Parmenide il quale affermava l’esistenza di una verità più alta conoscibile attraverso la ragione, cioè l’essere eterno ed immutabile.

Platone si differenzia da Parmenide in quanto attesta che gli esseri sono molteplici e non uno, quindi anche le idee. 

Dualismo ontologico: esistono due piani delle realtà e quindi dell’essere. Il primo piano è concreto, sensibile ma apparente ed illusorio e il mondo delle idee.

A questo dualismo ontologico corrisponde in parallelo un dualismo gnoseologico (teoria della conoscenza) dove con la ragione si può formare una vera e propria scienza.

Per Platone esiste una sola giustizia, una sola eguaglianza, una sola verità come un solo bene o bellezza. Si discosta così, come scritto prima, dal pensiero dei Sofisti. Anche Socrate riteneva che gli uomini potessero arrivare ad una verità condivisa e se non ci arrivavano era perché molto spesso avevano un’idea molto superficiale delle cose. Socrate quando andava ad usare l’ironia e la maieutica lo faceva affinché gli uomini si spingessero a ricercare una verità più profonda. 

Per Platone l’iperuranio è un luogo dove albergano le idee al di là del cielo, oltre la volta celeste. Questo luogo è sempre esistito ed è raggiungibile solo dall’intelletto, non tangibile dagli enti terreni e corruttibili. L’iperuranio è una dimensione metafisica, atemporale, aspaziale e, dunque, puramente spirituale. Qui il filosofo greco colloca tutte le idee come in un mondo distinto da cui sgorgano come una fonte per poi arrivare alla coscienza dell’umanità

Le idee non sono il contenuto della mente ma entità realmente esistenti di natura spirituale, pertanto eterne, immortali, uniche ma molteplici. Sono degli archetipi, la perfezione, dei modelli.

Rapporto tra le idee e le cose del mondo in cui Platone vive: 

Causa effetto: le idee non sono l’effetto ma la causa delle cose. Non sono la produzione della mente dell’uomo, sono entità reali perfette. Le idee sono causa delle cose; le cose sono effetto delle idee creando così rapporto causale conseguenziale. 

Il sensibile per Platone e per tutti i metafisici deriva dallo spirituale; il materiale. Sono le idee spirituali che producono le cose materiali.

Rapporto cose – idee: mimesi, imitazione

Le cose sono come sono, effetto dell’idee che sono causa, perché imitano (mimesi). Esempio: l’idea di sedia è imitata dal falegname, artigiano quando crea la sedia. L’artigiano imita nel momento in cui fabbrica la sedia o il tavolo.

 Esistono modelli perfetti di cui le cose sono copia: LA COPIA L’ORIGINALE. MIMESI > IMITAZIONE

Rapporto di metessi ovvero di partecipazione. Le cose si abbeverano delle idee. Un uomo giusto (cosa) lo è perché partecipa la giustizia, l’ha portata in sé, l’ha fatta propria e si è compenetrato con la giustizia.

Rapporto di parusia: le idee sono presenti nelle cose. Queste ultime hanno presenti le prime.

Platone vuole eliminare il relativismo di giudizio. Le verità conducono al disordine, al declino della comunità. 

Le idee sono il criterio di giudizio delle cose. Nella nostra anima ci sono delle idee che ricordiamo quando giudichiamo (reminiscenza). Perché le cose le giudichiamo in maniera diversa? Per Platone se andiamo in profondità della nostra anima, l’alleniamo ed arriveremo al vero, il bello. In questo modo lo coglieremo e lo riconosceremo. Il bello sarà uno con le sue gradazioni. Le persone che non lo colgono non sono allenate, educate per coglierlo.

Chi può giudicare bene il disordine? Colui che ha conosciuto l’armonia. Chi pensa che la massima bellezza sia quella del corpo non è stato educato alla bellezza del cosmo. Per Platone non è bello ciò che piace, ma bello ciò che è bello.

L’armonia. L’ampiezza e la completezza raffigurano il bello. I relativisti per il filosofo sono i sofisti che con l’arte del parlare cambiano, trasformano il vero in falso e viceversa. 

Per il Platone della maturità vi sono due tipi di idee: valori (bene, bello, giusto…) matematiche (quadrato, rettangolo, triangolo, sfera…).

L’idea massima di bellezza in terra non la troviamo – perché è un’idea- .

La filosofia di Platone è un inno ad elevarsi dal mondo delle cose a quello delle idee; è un inno a diventare belli, ad essere giusti, a vivere per il bene.

LA LETTERATURA NEL ROMANTICISMO

Il Romanticismo è un movimento assai vasto e complesso, spesso contraddittorio, di cui potremmo dire la grande protagonista è la soggettività, intesa come rifiuto della mediocrità e dell’opacità del presente, come ansia verso l’infinito , sia come volontà di trasformazione della realtà (pessimismo e ottimismo). Il poeta rifiuta la razionalità illuministica in un tentativo di ricomposizione totale dell’uomo e della sua storia, attuato soprattutto il recupero e la rivalutazione del sentimento, sia individuale sia collettivo. Tendenze antirazionalistiche erano per altro presenti in vari movimenti diffusi in Europa alla fine del ‘700, unificati sotto la dizione di preromanticismo e accumunati dal gusto per il primitivo (come per la poesia ossianica, per il soggettivismo dell’ispirazione e dalla predilizione per stati d’animo e ambienti melanconici, sepolcrali e notturni. Tra essi particolare vigore storica ebbe lo Sturm und drug (Tempesta e Assalto)un movimento nato all’interno stesso dell’Illuminismo tedesco, di cui faceva parte anche Goethe, che identificava la poesia con l’entusiasmo, la libertà creativa, e sosteneva la superiorità dell’arte rispetto a qualsiasi costrizione: religione, morale, regole teoriche. Si formò all’interno di esso il tipo dell‘eroe appassionato e ribelle. E in Germania ebbe la sua nascita ufficiale e la sua definizione il Romanticismo, interno alla rivista dei fratelli Schlegel <<Athenaeum>>(1798-1800), in cui per la prima volta il termine romantik indicò la nuova poesia, in contrapposizione a quella classica. I fratelli Schlegel distinsero infatti:

  1. Una poesia ingenua, fantastica, tipica, degli antichi (armonia, serenità, equilibrio), distrutta dal cristianesimo (senso del peccato)
  2. Una poesia sentimentale, riflessiva, tipica dei moderni (dramma, inquietudine, nostalgia, tendenza verso il sogno, l’infinito, il mistero).

Il teorico della nuova concezione romantica dell’arte fu il filosofo idealista tedesco Schelling che sostenne che la poesia può e deve cogliere il significato ultimo, essenziale delle cose, e non limitarsi alla loro apparenza esteriore: non si tratta di dar vita ai tratti del “bello ideale”, come volevano i neoclassici, ma solo all'”ideale”, cioè solo a quel frammento di assoluto, di infinito, che c’è in ogni realtà.

In Inghilterra l’atto ufficiale della nascita della nascita del Romanticismo è segnato dalla pubblicazione delle Ballate liriche, di Wordsworth e Coleridge, comparse in una prima edizione del 1798 e in una seconda del 1800, preceduta da un’introduzione programmatica che potrebbe essere sintetizzata nella seguente affermazione: <<la poesia è lo spontaneo traboccare di forti emozioni>>.

Per quanto riguarda l’Europa latina in cui la tradizione classica (e neoclassica) era più radicata il movimento romantico si affermò più tardi, a partire dalla pubblicazione del libro di Madame de Staèl De L’Alemagne (La Germania) nel 1813. La stessa Madame de Staèl, divulgatrice intelligente e battagliera del nuovo credo romantico, diede vita in Italia alla polemica tra classici e romantici da cui prese avvio il Romanticismo italiano.

Complessivamente, nonostante le diversità da paese a paese, per i romantici la poesia è espressione spontanea della personalità dell’artista, attraverso il sentimento; il ritorno alla natura; affermazione della libera fantasia contro le regole della poetica classicista e neoclassica. Furono quindi ripudiati i canoni della retorica e i principi di unità nei comportamenti drammatici; fu drasticamente eliminata dalle opere la mitologia greco-romana, in quanto non più rispondente alla sensibilità moderna e ormai ridotta a pura convenzionalità; si rinnegarono i modelli e di conseguenza, il principio di imitazione e si eliminarono le forme linguistiche libresche, auliche e antiquate. Secondo i romantici, infatti, la nuova letteratura deve essere moderna e in linea con i tempi; ispirarsi a temi di attualità che interessino un pubblico sempre più vasto

TEMI CENTRALI DELLA LETTERATURA ROMANTICA

  1. Sentimento: il Romanticismo esalta la capacità italiano attiva del soggetto inteso come istinto, affettività, come espressione di facoltà native e spontanee. Di qui l’individualismo talora esasperato nel Romanticismo tedesco, che elabora il tipo dell’eroe, del genio, dell’uomo superiore per doti naturali e spirituali.
  2. Spiritualità: il Romanticismo rivaluta tutte le dimensioni irrazionali dell’uomo e quindi anche l’ansia religiosa, la tensione verso l’infinito e l’assoluto che porta al superamento dei limiti conoscitivi del fenomeno e a cogliere in modo intuitivo l’essenza del reale.
  3. Popolo: individuato come unità storica, linguistica e spirituale. A esso è affidato il compito di realizzare le istanze comuni e, in primo luogo, quella dell’unità e dell’indipendenza nazionali, che è obiettivo primario della borghesia. Pertanto il popolo non è inteso come insieme delle masse subalterne, ma come idealizzazione delle aspirazioni della classe borghese.
  4. Storia: la cultura romantica da alla storia un’importanza fondamentale in quanto capace di cogliere l’anima, lo spirito delle nazioni. Rispetto all’Illuminismo, applica una riflessione più ampia tendente a vedere il passato non più come un accumulo di superstizioni, di fanatismi, di pregiudizi di cui liberarsi, ma come tappa evolutiva di uno sviluppo organico. Di qui la rivalutazione, per esempio, del Medioevo, e la sua stessa idealizzazione, ma anche il rischio di giustificare come necessario tutto quanto accade ed è accaduto. Positiva è invece la tendenza dello storicismo romantico a riportare su un piano concreto tutti i fatti i fatti sociali, politici e culturali.

Fonte: FEDERICO RONCONI

TESTO E CONTESTO. Guida all’analisi delle opere e degli autori nel loro tempo

Arnaldo Mondadori editore

IL PENSIERO NEL ROMANTICISMO

Il pensiero del Romanticismo nasce dalla crisi dello spirito Illuministico che, se aveva fornito le armi della ragione per demolire l’Ancien Regime, non sembrava in grado di raccogliere le grande spinta propulsiva della nuova classe emergente, ed esprimere una nuova concezione del mondo, in cui ci fosse spazio per la totalità dell’uomo con la sua soggettività, la sua storia, i suoi sentimenti, e per una comprensione che voleva essere globale, complessiva, della realtà. L’illuminismo era stato cioè una filosofia “analitica, tesa alla critica scientifica “punto per punto”della storia e della realtà; il Romanticismo è, al contrario, nelle sue varie e diverse espressioni, un’ideologia (concezione del mondo) “sintetica”, che tende cioè a comprendere in una visione unitaria i vari aspetti del reale. Al centro è posto l’uomo inteso come soggetto attivo, entità sentimentale e spirituale tesa a cogliere il significato ultimo della natura e della realtà, a confondersi con essa, senza limitarsi alla sua descrizione. Il punto di passaggio tra illuminismo e nuova filosofia romantica è segnato da Kant, il quale, sottoponendo la ragione al “tribunale della critica”, aveva concluso che essa è in grado di cogliere e di giudicare gli aspetti esteriori del mondo (fenomeni), ma non quelli segreti, riposti, ultimi, non apparenti (noumeni, ovvero “le cose in sé”, al di là di come appaiono). Egli, su quella via, aveva altresì affrontato che tali significati intimi del reale possono essere colti dall’artista in un rapporto privilegiato di comunicazione diretta, intuitiva (non razionale) con la realtà, aprendo così la strada alla concezione romantica dell’arte.

Il movimento che sintetizza la filosofia romantica dell’arte, l’idealismo tedesco, rappresentato fa Fichte, Schelling e Hegel, volle colmare il vuoto tra conoscibile (finito) e inconoscibile (infinito, assoluto)in una sintesi che identificava il reale con l’ideale (cioè il modello perfetto del reale), in un’anelito dell’Io verso l’Assoluto raggiungibile o per una via intuitiva (artistica, etica) o per via razionale, come afferma Hegel. Per quest’ultimo infatti non esiste una frattura tra l’uomo e l’universo, tra il pensiero e le leggi dell’universo, ma la ragione dell’uomo è capace di spiegare la totalità del reale. Celebre è l’affermazione di Hegel: <<tutto ciò che è reale è razionale e tutto ciò che è razionale è reale>>. Il Razionalismo illuminista analitico, al contrario, aveva sostenuto che la realtà non è necessariamente razionale, ma spesso contraddittoria e ingiusta e che compito della ragione dell’uomo era appunto quello di intervenire per modificarla per abbatterne le storture e le ingiustizie.

La nuova razionalità romantica “positiva” e “ottimistica” tende tuttavia, rispetto al razionalismo precedente, a deprezzare lo studio scientifico del finito (realtà empirica) a favore di una concezione ideale e globale della natura. Molti illustri studiosi pongono proprio qui l’origine della frattura tra le “due culture”(umanistica e scientifica), ancora in buona parte insanata.

Sul piano politico, il pensiero romantico presenta oscillazioni tra conservatorismo e radicalismo, soprattutto in riferimento al Congresso di Vienna e alle successive ondate rivoluzionarie, ma ha il suo aspetto più costruttivo e congeniale nel liberalismo che sancisce alla base dello stato la libertà dell’individuo (di stampa, di parola, ma prima di tutto di pensiero, mantenendo inalterati i principi della proprietà). Sul piano economico, infine, la spinta individualistica e ottimistica dell’età romantica si traduce nell’esaltazione della libera iniziativa e della libera concorrenza (liberismo) in un rapporto di fiducia nella naturalità dell’economia e nella sua capacità di autoequilibrarsi eredidata dal pensiero economico illuministico(fisiocrazia), ma destinata a essere messa in crisi nel corso stesso del sec. XIX.

Fonte: Testo e contesto

Guida all’analisi delle opere e degli autori nel loro tempo

Federico Roncoroni

BILL

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ANCHE OGGI MI VEDI IN VIAGGIO BILL

TRA MOVIMENTI DI ARTI E DI PENSIERI

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BILL FA PARTE DEL MIO ALBUM I VENTI SOFFIANO GENTILI LE CUI TEMATICHE ACCAREZZERANNO IL VIAGGIO, L’IRRAZIONALITÀ DELLE FIABE METROPOLITANE, IL SOCIALE E LO SMARRIMENTO DELL’INDIVIDUO IN QUESTO PERIODO STORICO DIFFICILISSIMO.

I BRANI USCIRANNO COME SINGOLI IN UN ARCO TEMPORALE DEFINITO IN BASE ALLA NOSTRA ISPIRAZIONE E VOGLIA DI METTERCI COMPLETAMENTE IN GIOCO!

COLLABORANO CON ME MARCO ISVARD E BRUNO MAREMONTI, INNANZITUTTO DUE AMICI, IN PIÙ SEZIONE RITMICA DEI RADIOATTIVA! MA NON SOLO…. LE REGISTRAZIONI DELLA VOCE SONO PREVISTE MARTEDì 26 OTTOBRE E SABATO 30! NE RIPARLEREMO SICURAMENTE….

ARIANNA E TESEO NEL LABIRINTO

Nel palazzo reale di CNOSSO (nell’ETÀ DEL BRONZO) si tenevano dei giochi acrobatici con giovani atleti che volteggiavano sui tori, delle specie di antenati delle corride. Nelle pitture murale si distinguono queste figure. 

A Creta il toro è un animale sacro, ricorre nelle decorazioni insieme all’ascia bipenne a due lame: aveva un uso regolare per i sacrifici ed era simbolo della regalità. Ne sono state trovate molte a Creta ed era incisa anche sui muri del palazzo.  In alcune lingue mediterranee ascia si dice lábrys e questo è anche il palazzo dell’ascia, della lábrys e del labirinto. Erano questi giovani che si dedicavano ai giochi acrobatici dati in pasto da Minosse, RE DI CRETA, dava in pasto al Minotauro, il mostro col corpo umano e la testa di toro chiuso nel LABIRINTO. In questo luogo nasce il mito di Arianna, Teseo e il Minotauro. La storia dell’eroe, della principessa innamorata che distende il suo filo per aiutarlo a trovare la via del ritorno, del mostro nascosto in un luogo oscuro dalle pieghe inestricabili che somigliano ad un cervello diventerà un simbolo potentissimo a cui l’umanità dai pavimenti delle cattedrali non saprà più rinunciare. 

Creta fiorisce nell’età del bronzo, era ricca, evoluta, tecnologica, capace di costruire palazzi splendidi come quello di Cnosso. Chiamava l’arte con gli affreschi presenti ed aveva una scrittura non decifrabile chiamata Lineare A e dominava il levante mediterraneo grazie alla sua posizione al centro dei traffici marittimi. La ricchezza di Creta era leggendaria già nell’antichità più remota. Ulisse nell’Odissea la descrive così: “C’è una terra nel mare oscuro, Creta, molti uomini in essa vi sono, infiniti, e novanta città. Tra esse è Cnosso nella quale regnava Minosse, confidente del grande Zeus”.

 Nel poema Minosse appare come un faro di prosperità che brilla nel mare scuro. Più tardi Tucidide attribuisce al re di Creta un altro merito: “Minosse fu il primo ad armare una flotta di navi, estese il suo potere su tutte le cicladi e contrastò la pirateria” (Tucidide, La Guerra del Peloponneso).

Secondo la tradizione MINOSSE è realmente esistito, ha liberato i mari dai pirati, quindi è un portatore di leggi e civiltà: Ulisse difatti lo chiama CONFIDENTE DI ZEUS, il DIO DELL’ORDINE COSMICO. Secondo altri Minosse non sarebbe un nome proprio, indicherebbe la sua funzione, significherebbe RE nella lingua perduta dei cretesi. Minosse in realtà è nato dall’unione di Dio in forma di TORO con la fanciulla fenicia EUROPA.

“Chiese a Poseidone di far emergere un toro dal mare e promise che glielo avrebbe sacrificato. Poseidone fece apparire per lui un toro bellissimo, ma Minosse mandò il toro fra le sue mandrie e a Poseidone ne sacrificò un altro” (Apollodoro, Biblioteca)

Poseidone s’infuria per la promessa mancata e punisce Minosse con una certa crudeltà molto raffinata: fa innamorare sua moglie Pasifae proprio di quel toro bellissimo.

“Poseidone si adirò con quel Minosse perché non aveva sacrificato il toro: perciò lo rese selvaggio e fece in modo che Pasifae concepisse una passione per lui” (Apollodoro, biblioteca).

Consumata da questo desiderio mostruoso la regina trova il modo di accoppiarsi con il toro grazie all’aiuto di un profugo ateniese che si chiama Dedalo, il quale in cambio della protezione di Pasifae costruisce un simulacro di vacca.

“Egli costruì una vacca montata su ruote. La prese e la scavò all’interno, poi la rivestì con una pelle bovina, infine, vi fece entrare Pasifae. Il toro si congiunse con lei come se fosse realmente una vacca” [Apollodoro Biblioteca]

La perversione bestiale di Pasifae e lo stratagemma di Dedalo hanno scatenato la fantasia un po’ voyeuristica di molti artisti di tutte le epoche. La scena è dipinta nei vasi antichi, negli affreschi di Pompei, nei codici medioevali, nei palazzi dei principi rinascimentali. Dall’unione nasce Asterio, creatura con corpo umano, corporatura e testa di toro. Viene chiamato il Minotauro, il Toro di Minosse e per custodirlo, imprigionarlo e tenerlo nascosto venne custodito un edificio speciale dal quale una volta entrati non si esce più, il labirinto. Nel frattempo un altro figlio di Minosse viene ucciso in territorio ateniese e allora Atene, per placare il Re di Creta, dovrà un tributo: sette ragazzi e sette ragazze verranno spedite al labirinto e sacrificate al Minotauro. C’è chi dice 7 e chi dice nove per ogni sesso all’anno. 

Teseo si offre volontario per partire volontario con i ragazzi e le ragazze ateniesi promettendo che sarà lui ad uccidere il Minotauro e a liberare la città al tributo di sangue una volta per tutte. Teseo è un principe illegittimo: suo padre Egeo lo ha avuto da una principessa straniera Etra. La coppia si è unita in una sola notte ed Egeo parte senza sapere se lei sia incinta o meno. Prima di andarsene però nasconde sotto un masso una spada e dei sandali. Saranno quelli il segno di riconoscimento del figlio. È un segreto che confida alla futura madre. 

“Lo disse a lei sola e le raccomandò se avesse avuto da lui e se, divenuto adulto, fosse stato in grado di spostare il masso e di prendere gli oggetti nascosti, di mandarglielo” 

[Plutarco, Vita di Teseo]

La spada resta nascosta 16 anni, l’età che ha Teseo quando sua madre gli rivela il segreto e somiglia molto alla spada nella roccia, all’Excalibur di Re Artù, l’arma che solo un futuro re può riportare alla luce, l’arma della predestinazione. Lungo il cammino per Atene dovrà affrontare una serie innumerevole di prove e i suoi talismani lo aiuteranno a riprendersi la sua eredità.

La prima prova di Teseo è il duello con Perifete, brigante gigantesco, figlio di Efesto che uccide i viandanti con la sua clava di ferro. La seconda è contro Sini, altro gigante che uccide avvicinando le cime di due pini, lega la vittima ad esse e poi lascia che i due alberi si raddrizzino di colpo. Lo stesso vale per Scirone dato in pasto alla testuggine gigante di Ade. Altri animali mostruosi e briganti sono sconfitti lungo il cammino verso Atene. Il più famoso è Procuste: nella sua casa ci sono due letti, uno molto grande ed uno molto piccolo. Ai viaggiatori che accettano l’invito di un riparo per una notte tocca una sorte terribile: Procuste taglia gli arti che sporgono dal letto troppo piccolo e allunga quelli di chi si sdraia sul letto troppo grande. Come a tutti gli altri Teseo gli riserva la sorte che lo imponeva alle vittime. Arrivato ad Atene e riconosciuto dal padre Egeo, Teseo parte per Creta. Le vele delle navi in partenza sono nere. Teseo promette che se tornerà vincitore isserà delle vele bianche. Teseo è l’unificatore della regione intorno alla città di Atene, l’Attica. C’è chi vede nella sequenza dei briganti da lui sconfitti i capi delle comunità che si sono dovuti sottoporre all’autorità di Atene. Teseo non ha soltanto un padre umano ma anche uno divino ed è Poseidone, il dio del mare. Questo episodio favoloso, Minosse, che è andato personalmente con la sua flotta a prelevare le vittime provoca Teseo e quando le navi sono al largo prende un anello e lo getta in acqua, sfidandolo, ed invitando a prenderlo se veramente è il figlio del mare. Teseo si tuffa nelle profondità, riemerge asciutto, coperto dei doni che gli hanno fatto le divinità marine e con l’anello in mano. Non c’è solo il padre Poseidone a proteggerlo: prima di partire Teseo ha fatto un sacrificio ad Afrodite, le ha chiesto il suo aiuto quando arriva a Creta e sbarca al porto di Cnosso scoprì che la dea dell’amore lo aveva ascoltato.

“Quando approdarono a Creta, Arianna figlia di Minosse si innamorò di Teseo che era di straordinaria bellezza” [Diodoro Siculo, Biblioteca storica]

Nell’Odissea Ulisse la definisce “La bella Arianna” e nell’Iliade scopriamo che guida le danze delle ragazze cretesi.

“Un luogo di danza, un tempo, nell’ampia Cnosso, Dedalo costruì per Arianna dai bei capelli. Qui fanciulle ricchissime danzano tenendosi per mano” [Omero Iliade]

Il nome Arianna significa LA PURISSIMA. Bella, seducente, con i capelli lunghi guida le danze. Quella che emerge è di grazia assoluta. 

Secondo Plutarco, Teseo avrebbe partecipato a Cnosso a delle gare atletiche stracciando tutti i rivali e nel pubblico ci sarebbe stata anche Arianna.

“Poiché a Creta era uso che ai giochi assistessero anche le donne, Arianna fu colpita dal viso di Teseo e lo ammirò perché vinceva tutti nelle gare” [Plutarco, Vita di Teseo]

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A Creta le donne assistono alle gare, in Grecia invece no. È un’informazione importante perché. È un’informazione importante perché ad una certa libertà di movimento femminile e dagli affreschi ritrovati a Cnosso ci sono donne dalle pettinature molto elaborate. Nella vicina isola di Santorini, molto legata culturalmente a Creta, le donne sono dipinte mentre raccolgono erbe, fanno offerte alle divinità, portano gioielli, camice trasparenti, unghie smaltate, seno scoperto ed indossano gonne splendide e coloratissime. Il mondo femminile a cui prende parte Arianna è articolato, le donne sembrano godere di un alto grado di emancipazione. È plausibile che Arianna, innamorato dell’eroe straniero, lo seduca. 

Arianna è la purissima, la reincarnazione di una dea o, forse, è una dea lei stessa.

“Il labirinto contiene giravolte ed andirivieni inestricabili, vi sono aperte parecchie porte che traggono in errore chi cerca di andare avanti e fanno tornare sempre agli stessi percorsi sbagliati”

[Plinio, Storia naturale]

I Greci al tempo in cui dominavano i cretesi vivevano in case molto piccole e semplici rispetto ai grandi palazzi come i principi e i re. Allora si è pensato che l’avventura dell’eroe fosse l’eco di una memoria remota, di un tempo in cui i greci si avventuravano fin qui restavano stupefatti di fronte alla complessità grandiosa di Cnosso, con le sue decine di stanze, i corridoi, i sotterranei, le corti, le saghe regali e concepirono la storia favolosa del palazzo dell’ascia abitato da sovrani potente e minaccioso da cui non era facile tornare indietro.

Secondo alcuni storici delle religioni il labirinto, con i suoi inganni, le sue curve cieche e le sue anse tenebrose sarebbe il simbolo dei morti. Le sue viscere si attorcigliano su sé stesse, si addentrano nella profondità della terra, sono popolate da ombre, da spettri che non troveranno mai più la strada per riemergere alla luce del sole. Ma che il labirinto sia questo palazzo o il mondo infero e che Arianna sia la principessa reale o la divina signora del labirinto certo è che conosce la strada per uscirne. 

Diede a Teseo un rotolo di filo raccomandandogli di legare il capo del filo all’architrave della porta d’ingresso e di camminare svolgendolo fino a quando non fosse giunto al centro del labirinto. Quello che avviene dentro al labirinto resta nell’oscurità, si sa solo che Teseo uccide il Minotauro: qualcuno dice con una spada, altri a forza di pugni, altri ancora con una clava. In un’immagine degli affreschi di Pompei si vede Teseo mentre esce dal labirinto, porta con sé i bambini tratti in salvo e dalla porta spunta a terra la testa del Minotauro. Compiuta la missione Teseo ha un altro problema da affrontare, deve lasciare Creta e scappare.

“Alla fine Teseo prese con sé Arianna, insieme ai giovani e alle ragazze che ancora non erano stati dati al Minotauro e salpò nel cuore della notte…”

[Ferecide, Frammento 148]

Lasciate queste acque da Creta i fuggiaschi navigano verso nord fanno rotta sulle Cicladi e sbarcano sull’isola di Nasso dove Arianna che con il suo gomitolo di filo ha dato un. Aiuto decisivo a Teseo.

Arianna che per amore ha tradito la patria, il padre, la famiglia e anche il suo fratellastro con la testa di toro viene piantata. È un gesto talmente clamoroso e famoso che secondo alcuni il nostro modo di dire “piantare in asso” deriverebbe proprio da li, dalla fanciulla sedotta e abbandonata di punto e in bianco a Nasso. 

“Alcuni dicono che Arianna abbandonata da Teseo si impiccò e che Teseo l’abbandonò perché innamorato di un’altra “

[Plutarco, Vita di Teseo]

C’è un’altra versione molto meno tragica, un happy end raro nel mito. In questa versione Dioniso, dio dell’ebbrezza del vino, delle feste, raccoglie Arianna abbandonata e ne fa, dicono le fonti, la sposa legittima straordinariamente amata. 

Teseo torna ad Atene ma di dimentica di cambiare le vele. Suo padre EGEO vede le navi avvicinarsi, vede le vele nere, pensa che il figlio sia morto e si butta dalla scogliera del mare che dal momento prende il suo nome: Mar Egeo. 

Teseo onora la memoria del padre, diventa Re di Atene ed inizia una nuova serie di avventure: per lui non ci sarà lieto fine. 

Dopo il labirinto Tesero combatte una guerra contro le Amazzoni di cui ha rapito e sedotto la regina Ippolita. Da lei ha un figlio Ippolito. Dopo aver sedotto ed abbandonato Arianna, Teseo sposa sua sorella Fedra la quale però s’innamora del giovane Ippolito, respinta lo accusa di stupro e si uccide. Teseo crede all’accusa, chiede al padre Poseidone di punire il figlio Ippolito che muore calpestato dai suoi cavalli imbizzarriti per opera del Dio. Del resto Ippolito significa “l’uomo distrutto dai cavalli”.

Dopo la tragedia familiare alle nozze del fratello Pirito combatte i centauri che ubriachi cercano di stuprare gli invitati e la sposa. Con Pirito rapisce la bellissima e giovanissima Elena, più tardi messa in salvo dai suoi fratelli Castore e Polluce, i dioscuri. Sempre insieme a Pirito scende negli inferi per rapire Persefone sposa di Ade re dei morti. Una missione impossibile che fallisce. Fattoi prigioniero da Ade viene liberato da Eracle. Tornato da Atene scopre di non essere più il re e se ne va in esilio sull’isola di Sciro. Nicomede il re dell’isola lo uccide a tradimento spingendolo da una rupe.

Teseo muore precipitando da una scogliera come suo padre. Nel V secolo a.c. un generale e politico ateniese di nome Cimone trova sull’isola di Sciro una tomba e dentro ad essa ci sono armi di bronzo ed ossa di una statura superiore al normale. Cimone si convincerà che quel gigante sepolto sia proprio Teseo e riporterà le sue spoglie a casa, ad Atene

Nella figura di Teseo esistono tracce trasfigurate dal mito di eventi realmente accaduti quali l’unificazione dell’ ATTICA, la fine del dominio cretese, il sorgere delle potenze micenee nella Grecia continentale. Avvenimenti a cui sembra alludere la leggenda dell’eroe che sconfigge Minosse, libera la sua città dal tributo e mette le mani su ben due principesse cretesi: una Arianna la seduce e la rapisce, l’altra sua sorella Febra la sposa. 

LA FIABA VIOLA

SOGNI OGNI LIBERTÀ QUESTO TU LO SAI……

SOGNI OGNI LIBERTÀ, TU LA TROVERAI…

LA FIABA SI TINGE DI VIOLA, I BRIVIDI NON HANNO CONFINE

SOGNI OGNIO SPAZIO TOTALE, LA STRADA TI HA VISTO CRESCERE……

GUARDI IL COLORE DI OGNI TUA INCERTEZZA

SEI AVVOLTA TRA MIELE E FIORI PSICHEDELICI

SEI IL SAPORE CHE VIAGGIA LONTANO

S’INCROCIA SU ROTTE MA GUARDA PIANO, A TRATTI TU SEI LA LIBERTÀ OSCURA

DAVANTI A TE IL SOLE SCALDA OGNI PAURA

DAVANTI A TE IL SOLE SCALDA OGNI PAURA

SE LA STRADA, D’UN TRATTO PUÒ DERAGLIARE

IL FUOCO DI UNA FIABA VIOLA TI GUIDERÀ A VOLARE

CRESCI, SFIDI E CORRI, C’È UN LABIRINTO NUOVO

PER OGNI INCERTEZZA PORTI COLORE E BELLEZZA

SEI IL SAPORE CHE VIAGGIA LONTANO

S’INCROCIA SU ROTTE MA GUARDA PIANO

A TRATTI TU SEI LA LIBERTÀ OSCURA

LA FIABA VIOLA È IL SENTIERO DEL MIO PENSIERO

LA FIABA VIOLA È LA SCONFITTA DELLA PAURA….

LA FIABA VIOLA

RADIOATTIVA

ALBUM: RESISTÈNCIA

MUSICHE: CLAUDIO SCORCELLETTI

TESTO: AlESSANDRO DIONISI

TALETE

Talete di Mileto Secondo Apollodoro di Atene, Talete nacque nel I anno della 35ª olimpiade (640 a.C.)[7] o, più probabilmente secondo molti studiosi moderni, nel I anno della 39ª olimpiade (624 a.C.)[8].

Talete è il punto d’inizio della filosofia

È l’idea di ricerca, di razionalità, curiosità, simboleggia l’originalità del mondo greco.  È il fondatore della scuola ionica di Mileto. 

Siamo nelle coste meridionali della Ionia (attuale sud Turchia occidentale) e Mileto è una città ricca di viaggiatori, scambi commerciali, fra Occidente ed Oriente mercanti, ricercatori. Siamo nella porta verso l’Oriente, al cospetto dell’impero persiano, ma anche all’interno di una realtà che fa dell’approccio tecnico-scientifico rispetto alla natura ed alla realtà un proprio punto di forza. In questa città fioriscono scuole, la più celebre quella di Mileto e Talete ne è il fondatore. Mileto è esposto a contatti con tradizioni culturali diverse che stimolano fra l’altro, il confronto critico con i modelli cosmologici elaborati nelle mitologie della Mesopotamia, della Fenicia, dell’Egitto.

Talete fu iniziatore della filosofia della physis, in quanto affermò per primo che esiste un principio originario unico, causa di tutte le cose. 

Il Principio è:

  • La fonte e l’origine di tutte le cose
  • La foce o il termine di tutte le cose
  • Il permanente sostegno che regge tutte le cose (la sostanza)

Questo principio dai primi filosofi (se non già da Talete) è stato denominato con il termine physis ed indica la natura, non nel senso moderno della parola, ma nell’originario senso di realtà prima e fondamentale; 

<< ossia ciò che è primario, fondamentale e persistente, in opposizione a ciò che è secondario, derivato o transitorio>> [ J. Burner]

È passato alla storia per aver individuato nell’acqua, l’ARCHÈ, la legge del cosmo. Tutto è governato dall’acqua. 

L’acqua, osservando la natura, è fonte di vita. Tutto ciò che è vivo è in essa, nell’umido, dove vi è la vita. I semi si trasformano in fiori, in alberi, in piante. Il nostro corpo è composto prevalentemente di acqua. L’acqua come fonte di vita è l’argomentazione semplice che porta Talete a definire questo elemento naturale come elemento primordiale da cui tutto deriva e che tutto governa. 

L’acqua è substrato ciò che sorregge la terra”. Ciò che ci sta sotto ci da la possibilità di edificare la vita. Come gli egizi veneravano il Nilo come fonte di armonia, benessere e vita, anche Talete va incontro in modo semplice agli elementi della vita come fonte della stessa. 

Questa venerazione verso l’acqua si traduce in principio, legge del cosmo. Talete è un uomo dalle mille risorse, incarna pienamente il sapiente antico. Il filosofo greco è astrologo, matematico, ingegnere, navigatore, studioso degli astri, del tempo, della meteorologia. Talete è un uomo dalle mille risorse, un genio eclettico chiamato per andare a misurare l’altezza della piramide di Cheope e non c’erano più possibilità per risalire ad essa. I progetti erano stati perduti, gli incendi molto spesso portavano alla distruzione completa delle biblioteche nel mondo antico. Talete con la forza della ragione, non piegandosi alla ricerca del sapere, si reca e riesce con l’intuizione del proiettare della Piramide di Cheope lungo la spianata del deserto circostante la Piramide della sfinge a calcolare l’altezza. Usò le ombre proiettate sulla sabbia per calcolare l’altezza. Era celebre anche per le intuizioni dal punto di vista astronomico come la previsione dell’eclisse totale di sole che gli diede fama e al contempo gli creò notevoli problemi. 

La filosofia, a partire da quella antica, è la testimonianza di non fermarsi mai davanti ai pregiudizi, alle apparenze quanto alle illusioni. Di fronte ai racconti dove l’eclisse solare veniva letta come la vendetta degli Dei oppure punizione divina, opera magica o misteriosa, l’uomo Talete con la ragione racconta di un’interposizione tra terra, luna, sole. Una spiegazione più razionale di questo fenomeno. Una parte di popolazione odia e teme Talete per questo suo essere spregiudicato. Teme e lo qualifica chi come ciarlatano chi stregone. Talete è anche famoso per la sua capacità di navigazione. Esploratore, incuriosito navigava il mediterraneo verso porti sconosciuti. Era un navigatore che si costruiva le proprie navi. Talete osservando le stelle, i venti e i cambiamenti climatici, riesce a prevedere un’ottima stagione dal punto di vista climatico. Compra degli appezzamenti di terra in collina e fa piantare molti ulivi da cui produrrà degli oli ed essenze di ottima fattura. 

Il suo camminare osservando le stelle fece sì che più volte inciampò, cadde. Una volta cadde in un pozzo. Una donna sentendo le sue grida uscì e chiamò altri uomini. La servetta gli disse: “Ecco lei, sempre con la sua testa fra le nuvole non bada neanche a dove mette i piedi. La vita non è tra le nuvole; la vita è con i piedi per terra”.  Talete guardava dall’alto la realtà non con supponenza e snobismo ma per poterla comprendere, quindi prendendo uno stacco dalla stessa per conoscerla e vivere in essa.

Talete è una “naturalista” nel senso antico del termine e non un “materialista” nel senso moderno e contemporaneo. Infatti, la sua acqua coincideva con il divino. Si introduce, in tal modo, una nuova concezione di Dio in cui predomina la ragione e che è destinata, come tale, a eliminare ben presto tutti gli dei del politeismo fantastico – poetico dei Greci.

E quando Talete affermava che <<tutto è pieno di dei>, intendeva che tutto è pervaso dal principio originario. E poiché il principio originario è vita, tutto è vivo e tutto ha un’anima (panpsichismo).